La ricostruzione
Femminicidio di Lorena Isceri, Vella alla madre di lei: «È morta». Poi alla sua: «L’ho uccisa»
Le comunicazioni dal viadotto nei 40 minuti prima del suicidio. La Polstrada tenta di fermarlo, il sangue sul bagagliaio e nel garage, la lotta di Lorena prima di morire. Il pm: «Lui aveva premeditato tutto»
FIRENZE. «Lorena è morta». Chissà se, nella sua mente confusa e tutta sbagliata, l’abbia fatto per chiedere perdono o per certificare la realtà. Federico Vella ha appena gettato giù Lorena. Ha postato il suo addio su Instagram e ora digita poche parole da inviare alla madre della donna che prima ha implorato di tornare da lui e poi picchiato brutalmente e ucciso. Lo fa mentre è ancora aggrappato al guardrail del viadotto Lora. Un messaggino. Poco dopo chiama la propria mamma: «Mamma, Lorena è morta, l’ho uccisa».
Dopo averla annientata scrive e chiama chi aveva dato loro la vita per comunicare che lei non c’è più e fra poco si toglierà dal mondo anche lui. Come se le madri fossero il suo ultimo bivio. È quella di Federico a comporre il 112 e a riferire agli operatori ciò che il figlio le ha confessato. Sulla A1 Panoramica il traffico è fermo, tre equipaggi della Polstrada di Pian del Voglio tengono le distanze e una ragazza di 24 anni in divisa prova a riportarlo dall’altra parte della barriera. Federico resterà lì per quasi quaranta minuti.
Ilaria gli parla piano. Gli altri arretrano perché lui continua a ripetere di non avvicinarsi. «Fede, guarda, ti sta supplicando», dice a un certo punto uno degli agenti. Sul retro dell’Audi c’è sangue e all’inizio la poliziotta pensa che Lorena possa essere ancora dentro il bagagliaio. Via radio però passa un’altra indicazione: «La ragazza dovrebbe essere giù», si sente nel video, poi un riferimento alle telecamere dell’autostrada e alla posizione del corpo sotto il viadotto. Ilaria, concentrata su Federico, non sembra cogliere quel passaggio. Continua a pensare che, salvando lui, possa ancora salvare anche lei. Negli ultimi minuti si inginocchia sull’asfalto. «Li sto facendo allontanare, però voglio che tu parli con la collega», gli dice un altro poliziotto. Federico resta fuori dal guardrail. Poi si lascia cadere.
Come si arriva fin qui, a una poliziotta in ginocchio su un’autostrada e a due madri raggiunte da due messaggi della stessa tragedia? Bisogna tornare a Firenze, al piano seminterrato del palazzo di via Panciatichi 57, Rifredi. Vella sa dove aspettare Lorena Isceri, 45 anni. Secondo la ricostruzione della procura prepara l’agguato: copre con il nastro adesivo le fotocellule del cancello per impedirgli di richiudersi e si nasconde. Quando Lorena rientra la aggredisce. Sulla parete e sul pavimento la scientifica troverà tracce di sangue, forse segno di una prima violenza alla testa, ma sono riscontri ancora da confermare. Lei perde i sensi. Federico la immobilizza con fascette da elettricista e la chiude nel bagagliaio della sua auto.
Parte verso nord. Nel portabagagli, insieme a Lorena, finisce anche una borsa con un telefono. Lei riprende conoscenza, riesce a liberarsi delle fascette e prova a chiedere aiuto. Manda prima un file audio a un amico - che dà l’allarme - tenta altri contatti e poi chiama il 112. La madre ha chiarito di non aver ricevuto telefonate dalla figlia: l’ultima conversazione era stata alle 10.30, quando Lorena appariva tranquilla. La chiamata con la centrale dura circa venti minuti, a tratti la comunicazione va e viene mentre l’auto corre verso l’A1. Lorena dice di essere stata rapita. Alla fine nella registrazione entra la voce di lui: «Cosa stai facendo?». Poi silenzio.
Vella apre il bagagliaio, la colpisce di nuovo, probabilmente alla nuca, e la trascina fuori. L’autopsia di lunedì dovrà stabilire con certezza in quali condizioni fosse quando precipita. Probabilmente era svenuta ma ancora viva. Alle 14.45, dopo aver gettato Lorena dal viadotto, Vella pubblica su Instagram il suo addio e un messaggio allusivo: «Il silenzio dopo un litigio non è punizione. Non è abbandono. Non è indifferenza. Ti voglio abbastanza bene da non parlarti quando potrei ferirti».
Poi cominciano i quaranta minuti sul guardrail, le telefonate alle madri e la trattativa. Adesso gli investigatori stanno rimettendo insieme ciò che Federico aveva preparato prima: nell’auto lasciata vicino alla casa di Lorena sono stati trovati un sacchetto di fascette monouso, forbici e un lungo lenzuolo. Lo scotch è lo stesso tipo di materiale usato per oscurare le fotocellule del garage. In casa trovate lettere scritte da entrambi, ora sulle scrivanie della scientifica. Come i telefoni: bisognerà analizzare chat e messaggi.
La relazione era finita in agosto, dopo la vacanza in Grecia. Da allora Vella aveva continuato a cercarla, a scriverle, a pubblicare reel con la loro vita insieme e a chiedere un’altra possibilità. Madre e fratello hanno raccontato alla Mobile che nell’ultimo anno era diventato sempre più ossessivo. Lorena aveva paura. Era tornata in Salento anche per questo. «Aveva paura ma non voleva denunciarlo per non rovinargli la vita», ha detto la madre. Ma non ci sono denunce o segnalazioni.
Secondo alcune ricostruzioni, Vella sarebbe stato in cura da uno psichiatra, ma è un elemento che gli inquirenti stanno verificando. Il fascicolo è aperto per omicidio volontario contro ignoti, formula necessaria per proseguire gli accertamenti. Lunedì a Careggi saranno disposte le autopsie sui due corpi e gli esami tossicologici su Vella. Telefoni, video, telecamere e reperti del garage stanno componendo una sequenza sempre meno compatibile con un gesto improvviso. Fascette, forbici, lenzuolo, nastro sulle fotocellule, l’attesa nel seminterrato. Per il pm Antonio Natale, allo stato, la pista più accreditata è questa: «un’aggressione premeditata».
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