Il Tirreno

Firenze

La decisione

Troppe tensioni, al Teatro del Maggio salta il balletto con l’étoile russa

di Redazione Firenze

	Svetlana Zakharova, étoile di fama mondiale, nata in Ucraina e con cittadinanza russa
Svetlana Zakharova, étoile di fama mondiale, nata in Ucraina e con cittadinanza russa

Dopo le critiche piovute sui social e da un’associazione ucraina, lo spettacolo è stato sospeso

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FIRENZE. Il sipario resta abbassato, almeno per ora. Al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino il balletto Pas de deux for toes and fingers, in programma il 20 e 21 gennaio, è stato «momentaneamente sospeso». Una decisione comunicata dallo stesso teatro con una nota asciutta, che parla di «perdurare delle tensioni internazionali» e di un clima non favorevole al «buon esito dello spettacolo». Nessun altro commento, se non le istruzioni per il rimborso dei biglietti. Ma il contesto, in questo caso, pesa quanto la notizia. In cartellone c’erano Svetlana Zakharova, étoile di fama mondiale, nata in Ucraina e con cittadinanza russa, e il violinista e direttore d’orchestra Vadim Repin. Nelle ore e nei giorni precedenti, sui social, si era alzata una protesta crescente contro la scelta del Maggio di ospitare lo spettacolo. Post su Facebook e X, lettere formali, prese di posizione pubbliche. Al centro delle critiche, il profilo politico della ballerina, indicata dalla pagina “Network Associazioni per Ucraina” come «figura simbolo del regime» russo.

Nella lettera indirizzata alla direzione del teatro si ricorda il passato istituzionale di Zakharova: l’adesione a Russia Unita, il ruolo di deputata della Duma, la firma nel 2014 della lettera di sostegno all’annessione della Crimea e del Donbass. Da qui la richiesta di «rivalutare la programmazione», giudicata sorprendente per un’istituzione che beneficia di finanziamenti pubblici e anche di risorse europee.

Nel mirino è finito anche Vadim Repin. Secondo alcuni commentatori, tra cui l’utente Matteo Costa, il musicista non avrebbe mai preso le distanze pubblicamente dal potere russo dopo il 2022, continuando a operare nei circuiti culturali statali. «Contrastare la normalizzazione della guerra attraverso la cultura non è censura», scrive Costa, «ma un atto di responsabilità».

Sui social c’è chi parla di «vergognosa esibizione», chi invoca la separazione netta tra arte e politica. Il Maggio, per ora, sceglie il silenzio e la sospensione. Una parola che non chiude la vicenda, ma la congela, lasciando sullo sfondo una domanda che torna ciclicamente: fino a che punto la cultura può, o deve, restare neutrale quando la guerra entra in scena.
 

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