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Toscana

L'intervista

Vanessa uccisa a vent’anni, la madre: «Sopravvivo. Racconto la sua storia per salvare altre ragazze»

di Barbara Antoni

	Maria Grazia Forli con la figlia Vanessa
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Maria Grazia Forli con la figlia Vanessa

Lucca, Maria Grazia Forli ha perso la figlia di 20 anni, uccisa da un uomo nel 2009. Da allora fa opera di sensibilizzazione perché queste tragedie non si ripetano

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LUCCA. Poche settimane e saranno trascorsi diciassette anni dalla sera di quel maledetto 7 dicembre 2009.
Quella sera Vanessa Simonini, coi suoi vent’anni e la gioia di vivere che le traspariva dagli occhi, diede un bacio alla mamma Maria Grazia Forli prima di uscire per incontrare gli amici.

Uno di loro era venuto a prenderla: Simone Baroncini, detto “Il Pisa” perché originario della città della Torre. L’anziano del gruppo: lui trentacinque anni, gli altri più meno coetanei di Vanessa. Lui il più grande e il più affidabile agli occhi di un genitore. Fu lui, che covava una passione morbosa per Vanessa, a ucciderla poco dopo. Tentò un approccio in auto, lei lo respinse, cercò di scendere da quella vettura, di aprire la portiera. Lui, più forte, la costrinse a rimanere, la portò fin sul greto del fiume Serchio, dove Vanessa, uscita dall’auto, tentò l’ultima fuga disperata. Ma “Il Pisa” l’amicone del gruppo, la soffocò con le sue mani: lei che non lo aveva voluto non doveva essere di nessun altro.

Un femminicidio che sconvolse Gallicano (Lucca), dove Vanessa viveva con la sua famiglia, e non solo. Ne parlarono tutti gli organi di stampa, locali e nazionali. Giorni atroci, la famiglia paralizzata dal dolore.

Mesi dopo, mamma Maria Grazia decise di rialzarsi, nel nome di una missione: portare ovunque il racconto di chi era Vanessa e il suo messaggio di madre, così duramente colpita, contro la violenza di genere, perché non succeda, mai più. Lo ha fatto instancabilmente per diciassette anni, continua tuttora e continuerà, promette, finché avrà forza. Come Gino Cecchettin, padre di Giulia, trucidata dall’ex fidanzato, la cui storia è diventata un film appena uscito nelle sale: “Se domani non torno”.

Maria Grazia, andrà a vedere il film sulla storia di Giulia Cecchettin?

«Certo, andrò a vederlo, lo farò appena arriverà al cinema in zona. Spero che un giorno facciano un film anche sulla storia di Vanessa; oltre cento donne vengono uccise ogni anno, in Italia».

Da diciassette anni lei porta avanti un impegno e una battaglia personale contro la violenza sulle donne. Continua a fare incontri nelle scuole, a presenziare a convegni, a inaugurare panchine rosse?

«Il mio impegno non si è mai fermato. Continuo ad andare a parlare nelle scuole, a ragazzi e ragazze, quando vengo invitata. Soltanto in provincia di Lucca, ho tenuto a battesimo 139 panchine rosse, simbolo della violenza contro le donne. Poi ci sono altre panchine che ho inaugurato fuori dal mio territorio, come a Viareggio, a San Marcello Pistoiese, in tanti altri luoghi».

Cosa racconta agli studenti e alle studentesse, alle persone che incontra in queste occasioni?

«Racconto la storia di Vanessa. Il mio obiettivo è far conoscere lei come persona, com’era, i suoi pensieri e i suoi desideri per il futuro. Dipende anche da quanto tempo ho a disposizione. Se posso, parlo anche delle leggi, delle condanne che la legge prevede per chi compie femminicidio. E quando l’incontro è finito, specialmente nelle scuole, le ragazze e anche i maschi mi vengono ad abbracciare, mi fanno sentire che hanno capito; e io capisco che sono stati attenti e partecipi».

Cosa significa per lei, ogni volta, parlare di Vanessa, raccontare come è stata uccisa?

«Sto male il giorno precedente e anche quello dell’incontro; ma è il fatto di parlare di lei che per me è importante. Finché ci sarò io, lei continuerà a vivere attraverso di me. Portando la mia testimonianza, potrei riuscire a salvare qualcuno, a mettere in guardia una ragazza in difficoltà: lo scopo è quello».

Qualche ragazzo o ragazza che ha incontrato, le ha mai raccontato un’esperienza personale di violenza?

«Non mi hanno mai raccontato storie personali. Ne avrebbero voglia, ma siamo a scuola, ci sono altre persone».

Quali domande le vengono poste più spesso dai giovani?

«Ricordo che al liceo Machiavelli di Firenze mi rivolsero domande toste, come “se aprisse la porta e si trovasse davanti chi ha ucciso sua figlia, cosa farebbe?”. Io racconto che lui lo conoscevo e non pensavo che, dietro all’apparenza di ragazzo perbene, fosse un’altra persona, era difficile potersene accorgere. A quella domanda risposi che se me lo trovassi davanti non riuscirei a fargli il male che ha fatto a me. Purtroppo le persone a volte non si riesce a capirle, perché hanno una doppia faccia. Per questo ai ragazzi dico di non dare mai per scontata una persona così. L’uomo che ha ucciso mia figlia odiava le donne, e quella sera che l’ha uccisa aveva progettato tutto».

E i genitori che incontra, quali reazioni hanno alla sua testimonianza?

«Le mamme mi dicono che mi sono vicine, mi ringraziano. I padri sono diretti: “Uno come quello io lo farei fuori”».

Lei si è spesa in passato anche con una proposta di legge per la certezza della pena per chi compie omicidio volontario.

«Sì, chiesi che fosse eliminato il rito abbreviato, e questo in seguito è stato fatto. Ma poi, anche se un assassino viene condannato all’ergastolo, dopo venti anni o anche meno, viene liberato. Io chiedevo certezza della pena per l’omicidio volontario, con una condanna da 24 anni all’ergastolo, senza sconti».

Quando apprende la notizia di un’altra donna uccisa, cosa prova?

«La consapevolezza che nel mondo c’è tanta malvagità. Ci vorranno almeno cinquant’anni prima che le persone capiscano, che questa strage finisca. Sono vicina alle famiglie delle vittime, so quanto soffriranno. Ormai ci si aspetta tutti giorni che una donna venga uccisa».

Cosa le manca oggi di Vanessa?

«Mi mancano il sorriso, l’allegria, i suoi capelli biondi, la sua ingenuità e la voglia di vivere. Mi manca tutto e mi mancherà sempre. Sopravvivo. Il cordone ombelicale con lei non si era mai staccato. È stato reciso quella sera, alle 21,10: lo dissi anche ai carabinieri che in quel momento sentii qualcosa, forse era lei che mi cercava».

Ha mai pensato di mettersi in contatto con Gino Cecchettin?

«Avevo pensato di parlare con lui, volevo scrivergli per dirgli che gli sono vicina, che so cosa vuol dire. Ma poi mi sono detta: chissà quante persone gli scrivono».

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