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L'analisi

Price cap su gasolio e benzina, perché è una scelta che distorce il mercato

di Alessandro Volpi*
Price cap su gasolio e benzina, perché è una scelta che distorce il mercato

Così si spiana la strada a un pericoloso oligopolio commerciale

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La decisione “volontaria” adottata dai colossi della distribuzione energetica come Eni, IP e Q8 di calmierare temporaneamente i listini di benzina e gasolio si configura come un’operazione di forte impatto mediatico, destinata però a generare gravi distorsioni strutturali su ciò che resta del mercato.

Questa scelta produce anzitutto un concreto rischio di minore approvvigionamento complessivo di carburante. Se il prezzo al dettaglio viene mantenuto artificialmente al di sotto delle quotazioni reali del mercato internazionale del greggio e dei raffinati, diminuisce l’incentivo a importare nuovo prodotto dal mercato globale.

I grandi intermediari infatti preferiscono indirizzare i carichi verso Paesi non soggetti a restrizioni commerciali o intese calmierate.

Ciò potrebbe determinare la formazione di colli di bottiglia nelle forniture, con stazioni di servizio a secco, lunghe file ai distributori ed episodi di esaurimento scorte già nell’immediato.

Parallelamente, si innesca una dinamica concorrenziale assai asimmetrica che penalizza i distributori indipendenti e le cosiddette pompe bianche.

Le grandi multinazionali integrate, come Eni, possono sostenere la riduzione dei margini al dettaglio compensandola con gli ingenti guadagni ottenuti nelle fasi a monte dell’estrazione e della raffinazione.

Al contrario, la rete dei gestori autonomi acquista la materia prima sul canale all’ingrosso a prezzi di mercato pieni e non calmierati. Trovandosi nell’impossibilità di vendere sottocosto senza fallire o di praticare prezzi più alti senza perdere del tutto la clientela, questi operatori affrontano una gravissima crisi aziendale che rischia di portarne centinaia alla chiusura.

Tale contrazione della rete indipendente ridurrebbe drammaticamente il livello di concorrenza nel Paese, spianando la strada a un pericoloso oligopolio commerciale in cui pochissimi grandi player finirebbero per detenere un monopolio di fatto sulla rete dei carburanti.

In Italia tale rete comprende oltre 20.000 impianti e vede una presenza sempre più solida degli operatori indipendenti. Le cosiddette “pompe bianche” — ovvero i distributori non affiliati ai grandi marchi petroliferi (come Eni, IP o Q8) — rappresentano circa il 27% degli impianti complessivi attivi sul territorio nazionale, superando quota 5.000 stazioni di servizio.

Se si considera l’intero comparto dei distributori non legati ai principali colossi integrati, includendo sia le pompe indipendenti minori, sia i marchi minori locali e della grande distribuzione, la quota di mercato complessiva arriva a coprire circa il 42% del totale della rete con oltre 8.500 stazioni.

Questo peso crescente degli impianti indipendenti gioca un ruolo chiave nella concorrenza sui prezzi al litro, offrendo ai consumatori un’alternativa concreta rispetto ai brand tradizionali della rete autostradale e urbana. I prezzi calmierati rischiano di eliminare una simile concorrenza.

Per evitare la distruzione del tessuto distributivo e scongiurare al contempo carenze di prodotto, lo Stato potrebbe intraprendere un’alternativa ben più equa rispetto al contingentamento concordato con le grandi compagnie. Anziché puntare sulla sola riduzione delle accise, l’esecutivo potrebbe introdurre un’aliquota maggiorata dell’Ires, destinata specificamente alle società dell’energia e del comparto petrolifero.

Il gettito fiscale così generato verrebbe redistribuito attraverso due canali principali: da un lato, l’erogazione di sostegni e contributi diretti a favore delle fasce di reddito più basse e della logistica dei trasporti per attutire l’impatto dei rincari; dall’altro, misure di ristoro per gli stessi operatori della distribuzione con l’obiettivo di garantire la tenuta del canale all’ingrosso e preservare la necessaria pluralità dell’offerta. 

* Università di Pisa
 

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