Delitto di Garlasco, chi è Stefano Vitelli il giudice toscano che ha assolto Alberto Stasi: i motivi della sentenza e il libro confessione
Il magistrato nato a Viareggio e laureato a Pisa, nel 2009 non considerò sufficienti gli indizi contro il fidanzato di Chiara Poggi. Nel volume appena pubblicato sul ragionevole dubbio cita Confucio e la metafora del contadino frettoloso
Oggi è facile parlare di revisione del processo ad Alberto Stasi, condannato (ingiustamente?) in via definitiva nel 2015 a 16 anni per l’omicidio dell’allora fidanzata Chiara Poggi, senza essere presi per pazzi. Ma nel 2009, quando il «bocconiano dagli occhi di ghiaccio» era considerato l’unico mostro possibile dentro al terribile delitto di due anni prima a Garlasco, un giudice di provincia, il tribunale era quello di Vigevano, guardando a quelle che l’accusa considerava prove, decise di assolvere l’imputato in abbreviato.
I motivi? Molti. «Il dispenser di sapone – fu il ragionamento – un indizio che non riveste il carattere della “gravità”, non è stato dimostrato in modo convincente che Stasi non sia mai entrato in casa di Chiara al momento della scoperta del cadavere; il dna sui pedali della bicicletta contrastato dalla testimonianza di chi riferì di aver visto un modello di bici differente; l’evidenza che Stasi sia rimasto al computer quasi tutta la mattina e la mancanza di un movente chiaro e provato». Insomma un quadro probatorio tipicamente contraddittorio e insufficiente, segnato da incertezze strutturali.
Allora, Stefano Vitelli, orgogliosamente viareggino, anche nell’accento, aveva appena 35 anni e da nove era entrato in magistratura dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Pisa, ottenuta con il massimo dei voti. Quella decisione – tanto sorprendente quanto impopolare – l’ha sempre rivendicata, anche quando non faceva curriculum. A chi, nel tempo, gliene ha chiesto conto, ha sempre sostenuto di averla presa in scienza e coscienza, chiudendo «il cervello e la porta dell’ufficio» dalle influenze esterne come «deve fare ogni giudice».
Quel viaggio nelle pieghe della giurisprudenza, che si intreccia inevitabilmente con l’esperienza personale, al di qua e al di là di ogni ragionevole dubbio, è diventato un libro, uscito nel febbraio scorso e presentato in anteprima nazionale nella sua Versilia, a Forte dei Marmi. Il magistrato lo ha scritto insieme il giornalista de La Stampa Stefano Legato. Si intitola, appunto, “Il ragionevole dubbio di Garlasco”, ma poteva essere ribattezzato “Il giudice contadino”. Nella prefazione Vitelli, che oggi di anni ne ha 52 e nel frattempo si è trasferito a Torino dove è competente per il tribunale del Riesame paragona – senza scriverlo – il ruolo del giudicante al contadino. La parabola che usa è quella contenuta nel libro di Mencio, uno dei grandi testi della tradizione confuciana (siamo nel IV secolo a. C.).
«Un contadino – si legge – desidera che la pianta del suo campo cresca più velocemente. Allora cosa fa? Decide di dissotterrare i semi già germogliati affinché sboccino prima. La sera torna a casa e racconta tutto ai figli che, incuriositi, vanno nel campo per vedere il risultato, ma quando escono trovano che tutto è seccato». In funzione dell’obiettivo che vi siete prefissati – commenta l’antico filosofo cinese – avete cercato di ottenere più velocemente l’effetto, forzando il processo spontaneo. In questo modo, invece, siete andati incontro al fallimento. Ecco perché – è l’insegnamento – il saggio contadino non deve né rimanere inerte, ai bordi del campo e aspettando passivamente il processo di crescita, trascurandolo, né cadere all’opposto, in un impaziente «attivismo finalizzato». Bisogna – dice Mecio al contadino e forse anche al giudice – favorire il processo in essere: sarchiando, rimondando ai piedi dello stelo, muovendo la terra, facendola respirare. Il protagonista non sarà lui – il contadino che pianifica e vuole – ma le condizioni coinvolte: se opportunamente sfruttate dal contadino saggio, queste condurranno infatti al risultato. Nel caso del giudice la stagione del raccolto potrebbe anche non arrivare mai. Ma Vitelli ha deciso di continuare a seminare. E aspettare.
Disse a Il Tirreno durante la presentazione del libro a Villa Bertelli: «Professionalmente è stato come un calcio di rigore. Puoi aver giocato bene tutta la partita, ma verrai ricordato solo per come hai tirato quel penalty. Dal punto di vista della verità, ho sempre ritenuto ragionevole dubitare. La giustizia è un percorso faticoso e, a volte, la vita ci mette davanti a casi di un’anomalia e difficoltà obiettiva che il senno di poi non può cancellare». Come la figura di Andrea Sempio, oggi indagato per il delitto di Chiara, un nome che Vitelli ha solo sfiorato negli atti: «Su di lui – ha ricordato a “Domenica In” pochi mesi fa – c’era solo un foglio di cinque righe in cui diceva una cosa bizzarra: “Dov’ero il giorno del delitto? A Vigevano, in una libreria. Vi faccio vedere lo scontrino che ho conservato”». Un fatto strano che Vitelli non ha dimenticato.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
