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Claudio Taffarel, il “portiere di Dio” oggi è ambasciatore del vino toscano: «La scintilla? A Bolgheri. E tutti mi chiedono del rigore di Baggio»

di Maria Meini
L'ex portiere con moglie e figlio
L'ex portiere con moglie e figlio

Sconfisse l’Italia in finale nel 1994, ora è il maggior importatore delle etichette italiane nel suo Brasile: «Girando ci siamo appassionati e abbiamo cominciato ad assaggiare...»

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Brasile-Italia. Calcio-vino. Due mondi apparentemente lontani, ma il collante che li tiene insieme è fatto di talento e passione, che associati allo spirito imprenditoriale fanno scintille. Il viaggio comincia a Porto Alegre, approda a Parma, vola a Pasadena, California; fa tappa a Bolgheri e di nuovo si allontana verso Ankara e Liverpool. Per tornare dove è casa... “Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, canta Antonello Venditti.

La canzone è del 1991, inizio anni Novanta proprio quando comincia la nostra storia. Protagonista Claudio Taffarel, compirà 60 anni il prossimo 8 maggio: lo chiamano il portiere di Dio e in Brasile è uno dei cinque Dei del pallone insieme a Pelè, ex portiere della Nazionale brasiliana, campione del mondo nel 1994 – in quel mondiale sfortunato per l’Italia: quando Roberto Baggio, nello stadio di Pasadena, sbagliò il rigore nella porta carioca c’era il Taffa – oggi preparatore dei portieri della Nazionale brasiliana. E da otto anni titolare con la moglie Andrea e il figlio Dodo della società Italy Import, che importa vino italiano di qualità in Brasile. Uno dei mercati esteri più importanti per la produzione enologica italiana.

Claudio e Andrea, ex giornalista, hanno entrambi origini italiane: la famiglia di Taffarel è veneta di Fregona, irpina quella di Andrea. Li incontriamo alla chiusura del Vinitaly: partecipano ogni anno alla fiera del vino di Verona.

Il 14 luglio 1990 il Parma lo acquistò dall’Internacional di Porto Alegre. Calisto Tanzi era proprietario del club neopromosso in Serie A e della Parmalat. Lei diventerà l’uomo immagine dell’azienda di Tanzi in Brasile. Cominciò con il latte…

(ride) «I calciatori sono molto popolari da noi, come in Italia o forse anche di più».

Lei è modesto, ma la chiamano il portiere di Dio, in Brasile e non solo è un mito. È stato il primo portiere moderno, per così dire, che oltre a usare le mani sapeva anche calciare. Ed è stato il primo portiere straniero a giocare nella serie A italiana. Un bel po’ di record.

«Il portiere di Dio è una frase riferita alla nostra fede religiosa. Noi (lui e la moglie, ndr) siamo protestanti, per noi la religione è un modo di vivere, è la prima cosa a cui pensiamo appena ci svegliamo la mattina».

Ma lei è anche il Taffarel che ha sconfitto l’Italia nel 1994, parando un rigore al Divin Codino.

«Mi dispiace, davvero, che si ricordi sempre questo episodio, me ne hanno parlato anche a cena in questi giorni in un ristorante di Bolgheri, il cameriere voleva addirittura telefonare a Baggio per dirgli che ero lì. Io capisco come si senta un campione come Baggio, che conosco bene, ad aver sbagliato la finale più importante. Non è bello ricordarlo ancora dopo tanti anni».

Noblesse oblige. Adesso lei è l’ambasciatore del vino italiano in Brasile. Un bel risarcimento, non trova? Ma come è approdato dal calcio al vino?

«Quando siamo arrivati in Italia con Andrea eravamo molto giovani e non bevevamo vino, non faceva parte della nostra cultura, ma giocando a calcio nelle conviviali prima delle partite qui si usava bere un mezzo bicchiere. È cominciata così: dapprima il Lambrusco, il Brachetto che trovavamo a Parma, poi abbiamo lasciato l’Italia per Istanbul (Taffarel è stato ingaggiato dal Galatasaray, ndr), siamo tornati nel 2001 e girando ci siamo appassionati e abbiamo cominciato ad assaggiare – aggiunge la moglie – partendo dai vini più famosi: facevamo un sacco di degustazioni».

È vero che la folgorazione è avvenuta a Bolgheri?

«Sì. Nel 2004 siamo andati a Bolgheri prenotando una degustazione al Sassicaia. L’impiegata mi ha richiamato chiedendo se ero il Taffarel del calcio e quando le ho dato conferma mi ha detto che mi avrebbe ricevuto il marchese Nicolò Incisa della Rocchetta in persona. È nata un’amicizia, siamo stati ospitati nella foresteria della cantina. E a Bolgheri siamo tornati tante volte. Si è sposata qui nostra figlia Catherine (al castello di Segalari, dopo la cerimonia a Petra, ndr). Vorremmo comprare casa - dice la moglie – ma ancora non abbiamo trovato quella che fa per noi, con la piscina e la vista sui vigneti. Abbiamo tenuto casa a Parma, in centro, dove ci muoviamo solo in bicicletta».

Otto anni fa, dunque, la nascita di Italy Import. Lei continua a fare il preparatore dei portieri della Nazionale brasiliana. Come riesce a conciliare il calcio e l’attività imprenditoriale?

«Fare l’allenatore della Nazionale brasiliana mi lascia tempo, perché è un’attività programmata in periodi precisi e concentrati dell’anno. Un’altra cosa che ci facilita è che l’azienda vende solo on line. Inoltre c’è Andrea e c’è nostro figlio. È stato lui a suggerirci di aprire l’azienda, visto che eravamo così appassionati di vino. Lui è entrato dopo la laurea in Economia ed è il capo (ride). Andrea, che è sommelier, si occupa della parte operativa, è lei che conosce i vini».

Meglio il vino o il calcio?

«Sono due belle passioni. Il calcio è un’attività che dura poco, lo sappiamo, lo puoi fare finché sei giovane. A certi livelli dà molta visibilità, possibilità di intrecciare relazioni. Poi devi trovare un’altra forma di lavoro».

Lei e sua moglie siete una coppia molto affiatata, nella vita e nel lavoro: condividete le stesse passioni?

«Siamo sempre stati insieme, e insieme abbiamo scoperto il vino. Una passione che ci unisce. Abbiamo cominciato a fare degustazioni quando i nostri figli erano piccoli, portandoli con noi nelle cantine in giro per l’Italia. Tanto che Dodo ci ha suggerito di farne una attività imprenditoriale».

Avete molte etichette in portafoglio. Quali sono le vostre preferenze e perché solo vini italiani?

Risponde Andrea. «Importiamo solo vini che ci piacciono, di persone che conosciamo: abbiamo Bolgheri con Casa di Terra e Podere 7, con il nostro amico wine marketing specialist Alberto Rossi; e abbiamo Grattamacco; in Maremma Petra e Collemassari, abbiamo vini nel Chianti con Riecine, a Montalcino, a Montecucco. Importiamo vini dal Piemonte, Barolo, Barbaresco... In Veneto il Valpolicella, abbiamo aziende in Sicilia e in Campania. Ci piacciono vini eleganti ma leggeri, che abbiano bisogno di meno invecchiamento, più sostenibili, che non spaventino i giovani, una tendenza che è emersa chiaramente all’ultimo Vinitaly. Perché solo vini italiani? Perché ci piace conoscere i produttori e perché qui abbiamo le nostre origini e non ci siamo mai sentiti stranieri. Abbiamo il doppio passaporto: italiano e brasiliano».

Che vini chiede il Brasile?

«Il Brasile è un paese molto grande, dove arrivano vini dall’Argentina e dal Cile. Le preferenze variano in base alle zone. A Porto Alegre, dove viviamo, va molto la carne alla brace, quindi rossi, i Bolgheri e i vini del sud. Al nord invece Prosecco e Franciacorta, le bollicine».

Progetti per il futuro? Pensate di ampliare la vostra attività imprenditoriale?

«Ci piacerebbe molto ampliare questa attività, vendendo anche oggettistica per la tavola e altri prodotti alimentari tipici italiani, come l’olio. Ma è abbastanza complesso, ci stiamo lavorando».

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