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L'intervista

25 aprile, Luca Baldissara: «La storia è il luogo dei conflitti da riconoscere per superarli»

di Libero Red Dolce

	Luca Baldissara
Luca Baldissara

Lo storico: «Il 25 aprile non era solo la fine della guerra e il ritorno alla libertà, portava con sé l’aspirazione a una società più giusta»

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Il 25 aprile 1945 non è più la guerra che infuria ma non è ancora la pace. Non tacciono i cannoni e le mitraglie, nazisti e bande nere in ritirata massacrano e seviziano, si consumano vendette. Non siamo di fronte a una cesura netta: le ostilità cesseranno ufficialmente soltanto il 2 maggio in Italia e l’8 in Europa. È l’insurrezione, l’autogoverno, le città in festa che si liberano e nuove possibilità che si aprono. Una fiammata di energia che lacera il lugubre arazzo della guerra.

La festa nazionale che oggi celebriamo fu istituita con un decreto-legge luogotenenziale 80 anni fa, il 22 aprile del 1946. La decisione viene presa in un momento in cui il ricordo dell’anno precedente è ancora vivo. È una data scelta per convenzione, rivendicando il ruolo attivo della Resistenza nella caduta del regime fascista e la collocazione del Paese tra le democrazie mentre sono in corso le trattative di pace. Più che segnare la fine contiene il senso complesso dell’esperienza di chi, con gesto consapevole, lottò per riappropriarsi delle libertà. Un simbolo che prova a significare le contraddizioni, la gioia e la fatica di un momento di passaggio. E forse per questo a molti non è mai andato giù.

Non chiede di schierarsi, perché quella scelta, laddove ci fu, era avvenuta prima del 25 aprile. Chiede di riflettere su quello che è stato – errori ed orrori – e su quello che sarà. O potrà essere. Sul suo senso e sulla sua contemporaneità abbiamo interrogato Luca Baldissara, professore di Storia contemporanea all’Università di Bologna, autore del libro “25 aprile” (Il Mulino) e di recente, sempre per la medesima casa editrice, del testo “Nata democratica”, scritto a quattro mani con la professoressa Nadia Urbinati.

Professor Baldissara, perché il 25 aprile è ancora una data divisiva nella storia italiana?

«Il 25 aprile nella storia repubblicana è stata, quando più quando meno, una data divisiva. Lo è stata perché giunge al compimento di una lunga stagione di guerra, anche di guerra civile, e non tutti, in primo luogo gli sconfitti, si riconobbero in quella che era e avrebbe dovuto essere la data fondativa della Repubblica democratica. Non era solo il ritorno alla libertà e la fine della guerra: rappresentava anche l’insurrezione e il contributo dei partigiani alla liberazione, portando con sé l’aspirazione a una società non solo libera ma più democratica e più giusta. Questo passaggio riguardava tutta l’Europa: si sperava in una democrazia finalmente sostanziale, fondata sulla partecipazione e sulla giustizia sociale. Questo chiedevano i popoli europei liberatisi dal fascismo».

Perché l’antifascismo resta un nodo ancora attuale nel dibattito pubblico?

«Perché ha sempre operato su un doppio livello. Da una parte quello della contrapposizione storica tra fascismo e antifascismo; dall’altra quello di luogo in cui interrogarsi costantemente sulle spinte autoritarie presenti nella società italiana. Quello in cui vigilare sulle tendenze antidemocratiche e le visioni gerarchiche che possono riaffiorare, ma anche in cui riflettere sui limiti di una concezione di democrazia ridotta alla sola capacità di decidere. Una concezione che si traduce nel disegno di rafforzare l’esecutivo e concentrare il potere decisionale, che attraversa la storia italiana dalla fine degli anni Settanta e che non riguarda una sola parte politica. Ragionare sull’antifascismo vuol dire allora interrogarsi su queste derive e sull’idea di una democrazia pienamente partecipativa, fondata anche sulla giustizia sociale e sull’estensione dei diritti».

In che modo l’uso politico e istituzionale della memoria incide sulle divisioni del Paese e sulla comprensione della storia?

«L’uso politico della memoria, come quello della storia, è sempre pericoloso. La memoria è per definizione selettiva e distorsiva: ricordare significa anche dimenticare e adattare il passato al presente. Questo ha rafforzato divisioni già esistenti. Le istituzioni, soprattutto il Quirinale, hanno avuto un ruolo importante nel mantenere viva la memoria storica, ma talvolta hanno prodotto immagini che nascondono i conflitti. In realtà la storia è conflitto, e la democrazia stessa si sviluppa attraverso di esso. La questione è come comprendere e superare i conflitti. Più che di memoria, l’Italia avrebbe bisogno di una riflessione storica seria sul proprio passato e sul proprio presente».

Che ruolo ha avuto la Presidenza della Repubblica nel promuovere politiche della memoria?

«Io credo che, dalla presidenza Ciampi in poi, il Quirinale sia diventato una vera e propria agenzia di memoria e di storia. I presidenti della Repubblica si sono incaricati costantemente di ricordare la complessità della storia italiana e hanno svolto una funzione importante in questo senso. Tuttavia, anche questo ruolo non è privo di ambivalenze: a volte si sono prodotte rappresentazioni che hanno smussato i conflitti, restituendo un’immagine troppo armonica del passato. Rischiamo oggi un eccesso di memoria, che cristallizza le memorie divise: penso al “Giorno del Ricordo”, diventato, se non un anti-25 Aprile, un 25 aprile alternativo. Si consolidano così le vecchie fratture e se ne alimentano di nuove».

Che conseguenze avrà sulla perpetuazione della memoria la scomparsa dei testimoni diretti della storia, spesso “delegati” al ruolo di depositari dei fatti?

«Negli anni il testimone è stato visto come il custode della verità, ma non è così. La memoria è sempre parziale e distorsiva, è solo un punto di vista. Oggi il problema non è la mancanza di memoria, ma il suo eccesso: rischia di farci perdere il senso della complessità. Servirebbe invece una riflessione storica più critica e consapevole. Le giornate della memoria, se non inserite in un quadro storico più ampio, rischiano di contrapporsi tra loro. La storia non può essere frammentata in memorie contrapposte. La storia è di tutti, la memoria è sempre parziale».

Da cosa nasce l’esigenza di scrivere, assieme a Nadia Urbinati, “Nata Democratica”, un testo che come recita il sottotitolo va “dalla lotta partigiana alla Costituzione, dalle armi alle norme”?

«Il libro nasce nel contesto dell’ottantesimo anniversario della fine della guerra e della nascita della Repubblica, in un momento in cui molti valori del 1945-46 sembrano negati dal presente. Abbiamo sentito l’esigenza di restituire consapevolezza storica: quei momenti nascono da conflitti e contraddizioni, dal ruolo di una minoranza di massa che tra il ’43 e il ’44 scelse di combattere per la libertà ma anche per una nuova legalità democratica e una società più giusta. La Costituzione nasce da questo, così come l’articolo 11, che deriva dalla scelta allora di combattere perché non si dovessero più fare guerre in futuro. Il nesso tra Resistenza e Costituzione è fortissimo: i partigiani hanno avuto un ruolo costituente. Il libro vuole riportare alle radici della democrazia italiana e ricordare che essa richiede un impegno continuo».

Qual è il ruolo del conflitto nella democrazia, anche alla luce della memoria del 25 aprile?

«La storia è anche conflitto, è anche un luogo di divisioni. Il problema non sta nel ricordare i conflitti e vedere in quello un limite, ma nella capacità, attraverso la riflessione e la comprensione storica, di superarli, riconoscendoli per ciò che sono. La democrazia avanza e trova equilibri sempre più avanzati proprio attraverso il conflitto. Non esiste una democrazia senza conflitto. Negare questo significa anche distorcere la storia, perché si finisce per rappresentarla in modo semplificato, mentre è sempre attraversata da tensioni e contraddizioni».

Qual è l’eredità più attuale della Resistenza oggi?

«La Resistenza ci consegna l’idea che non esiste salvezza nella neutralità o nell’isolamento. La democrazia nasce dall’impegno quotidiano e non è mai definitivamente acquisita. Può essere sempre rimessa in discussione. È una parola che promette molto ma dice poco se non è riempita di contenuti: partecipazione, diritti, giustizia sociale. Per questo serve un impegno civile costante, capace di affrontare i conflitti, di ampliare la partecipazione e di tutelare costantemente i diritti».


 

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Speciale Scuola 2030