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Vespa, 80 anni di un'icona italiana: dai film alla musica, come è diventata un simbolo che racconta il Paese

di Alessandro Volpi (*)

	Enrico Piaggio tra le sue Vespe all’interno dello stabilimento di Pontedera
Enrico Piaggio tra le sue Vespe all’interno dello stabilimento di Pontedera

Attraverso queste contaminazioni tra design, grande schermo, note musicali e intuizioni pubblicitarie, la Vespa ha smesso di essere un semplice veicolo per diventare un linguaggio universale e continuare a rappresentare una promessa di indipendenza

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La storia della Vespa non può essere racchiusa in una semplice cronologia poiché rappresenta uno di quei casi in cui un prodotto industriale si trasforma in un simbolo culturale, capace d’influenzare l’immaginario collettivo globale. Nata dall’ingegno di Corradino D’Ascanio (con il contributo di Mario D’Este, suo disegnatore di fiducia) e dalla visione di Enrico Piaggio nel 1946, la Vespa divenne subito uno strumento di emancipazione sociale, permettendo per la prima volta alle donne di guidare un veicolo a motore senza rinunciare alla gonna, grazie alla protezione dello scudo frontale e all'assenza del tunnel centrale, un dettaglio tecnico che ebbe ricadute sociologiche significative nel dopoguerra.

La Vespa, Gregory Peck e Audrey Hepburn

Tuttavia, è attraverso il cinema che la Vespa acquisisce la sua aura di immortalità, a partire dal 1953 quando il regista William Wyler la scelse come co-protagonista per il film “Vacanze romane”. L’immagine di Audrey Hepburn e Gregory Peck che sfrecciano tra i monumenti della Capitale non fu solo un espediente narrativo, ma divenne il manifesto della "Dolce vita" ante-litteram, trasformando lo scooter in un simbolo di libertà e spensieratezza che aiutò a ricostruire l’immagine internazionale dell’Italia. La scelta della Vespa per il film non dipese da un semplice caso di accordo pubblicitario perché si legò ad una felice intuizione del regista e ad un’abile operazione di pubbliche relazioni orchestrata da Enrico Piaggio. Quando Wyler arrivò a Roma per girare il film, la sua priorità era mostrare la città reale che stava rinascendo dopo la guerra. Inizialmente, la ceneggiatura prevedeva che la principessa Anna (Audrey Hepburn) e il giornalista Joe Bradley (Gregory Peck) girassero per la Capitale su un calesse, mezzo romantico per eccellenza. Wyler si rese conto però che il calesse era ormai un retaggio del passato: le strade di Roma erano invase dal rumore dei motori e in particolare da quello di quel singolare mezzo di trasporto. Enrico Piaggio, uomo d'affari assai lungimirante, comprese che il cinema americano poteva essere il trampolino di lancio per l'esportazione negli Stati Uniti. Quando seppe che una grande produzione hollywoodiana avrebbe girato a Roma, si attivò attraverso i suoi contatti. Non fu pagata una somma per apparire, ma la Piaggio fornì alla produzione diversi esemplari di Vespa 125 (modello del 1951/52, la celebre "Farobasso") e garantì tutta l'assistenza meccanica necessaria durante le riprese. Piaggio capì che non stava vendendo un prodotto, ma uno stile di vita. Si narra che Wyler avesse considerato anche l'uso di una motocicletta tradizionale, ma la scartò quasi subito perché era troppo ingombrante, sporca di grasso e richiedeva una postura "a cavalcioni" che non si addiceva a una principessa in gonna. Inoltre la Vespa interpretava la metafora del "piccolo" contro il "grande": appariva simpatica, democratica e un po' magica, adattandosi perfettamente al tono della commedia romantica. Un dettaglio fondamentale riguarda la celebre scena in cui Audrey Hepburn prende il comando della Vespa, travolgendo tavolini e seminando il panico. Quella goffaggine era reale e Wyler decise di tenerla perché rendeva il mezzo "umano" e accessibile. Il successo fu tale che la Paramount scelse di mettere la Vespa nella locandina ufficiale del film. Vedere due divi di Hollywood su uno scooter italiano ebbe un effetto dirompente. Prima del film, la Vespa era un mezzo di trasporto utilitario; dopo il film, divenne un oggetto del desiderio internazionale.

La Vespa, Fellini, i paparazzi

Il legame con il cinema proseguì ininterrotto con Federico Fellini, che ne fece l’emblema dei fotografi d’assalto ne “La dolce vita”, film uscito nel 1960, dove veniva associato in maniera indissolubile il termine "paparazzo" allo scooter di Pontedera. Fellini voleva raccontare la Roma dei caffè di via Veneto e del nascente divismo. Per farlo, si ispirò a fotografi reali come Tazio Secchiaroli. Questi fotografi avevano bisogno di un mezzo estremamente agile per inseguire le auto dei divi. Le grandi decapottabili americane o le Ferrari dei vip rimanevano imbottigliate nel traffico di Roma mentre le Vespe potevano scorrazzare agilmente. Dopo aver scattato una foto rubata e potenzialmente fastidiosa, i fotografi dovevano scappare prima di essere aggrediti o sequestrati. La Vespa era l’unico mezzo che permetteva questo tipo di "guerriglia urbana" fotografica. Il nome stesso del ciclomotore si prestava perfettamente alla metafora felliniana. I fotografi nel film non sono figure nobili; sono fastidiosi, ronzano intorno alle prede, "pungono" con il flash e poi volano via. Fellini sfruttò anche l'analogia tra il suono del motore a due tempi e il ronzio di uno sciame di vespe per trasmettere un senso di irritazione e caos che circondava i protagonisti. Da un punto di vista puramente tecnico, Fellini amava il movimento e la Vespa permetteva di girare scene di inseguimento nei vicoli stretti del centro storico di Roma dove le macchine da presa ingombranti dell'epoca avrebbero avuto difficoltà. La fluidità della Vespa si adattava perfettamente alla cinepresa che "pedinava" i personaggi.

La Vespa e Nanni Moretti

Nel 1993, Nanni Moretti dedicò l’intero primo episodio del film “Caro Diario” a una lunga passeggiata solitaria in sella a una Vespa 150 negli assolati quartieri romani, trasformando il mezzo in un vero e proprio strumento di analisi sociologica e filosofica. A differenza dell'auto, che chiude il guidatore in una scatola di metallo e vetro, la Vespa è aperta. Moretti la sceglie perché gli permette di guardare la città e di "abitare" lo spazio. Il regista attraversa i quartieri di Roma (la Garbatella, l'Eur, Casal Palocco) quasi come un urbanista o un sociologo, osservando le facciate dei palazzi, i balconi e le persone. La Vespa diventa il cavalletto mobile della sua macchina da presa, risultando al contempo un mezzo solitario e congeniale alla riflessione. Moretti la usa come un confessionale semovente. Mentre la guida sviluppa infatti i suoi famosi monologhi interiori. La velocità moderata dello scooter asseconda il ritmo del pensiero: non è troppo veloce da impedire l'osservazione, né troppo lenta da fermare il flusso delle idee. Negli anni '90, il cinema stava diventando sempre più tecnologico e frenetico. Scegliendo di aprire un film con dieci minuti di un uomo che gira semplicemente in Vespa, Moretti compie un atto politico e artistico: rivendica il diritto alla lentezza, alla semplicità e al minimalismo. A differenza di altri, il regista romano non usa una Vespa di scena. Quella che compare nel film è la sua vera Vespa per rafforzare il senso di autenticità della narrazione. La natura fortemente simbolica della scelta della Vespa nel film raggiunge il suo apice drammatico nella sequenza finale del primo capitolo. Moretti guida fino all'Idroscalo di Ostia, nel luogo esatto dove fu ucciso Pier Paolo Pasolini, accompagnato dalle note del Concerto in Fa di Keith Jarrett. In questo caso, la Vespa diventa un mezzo di pellegrinaggio laico e il contrasto tra la semplicità dello scooter e la tragica solennità del monumento a Pasolini crea una scena di forte impatto. Per effetto di questa pellicola, la Vespa 150 Sprint (blu o comunque di colori classici) è diventata la "Vespa degli intellettuali".

La Vespa e Disney-Pixar

In tempi più recenti il regista Enrico Casarosa ha celebrato il mito della Vespa nel film d'animazione Disney-Pixar “Luca” del 2021, dove il ciclomotore rappresenta l'oggetto del desiderio e il mezzo per esplorare il mondo oltre i confini del proprio villaggio. Nel film, i due protagonisti (Luca e Alberto) sono "mostri marini" che vivono una vita limitata sotto la superficie dell'acqua. Per loro, la Vespa rappresenta il biglietto per la libertà. Casarosa ha spiegato che, per un ragazzino che cresce in una realtà ristretta, l’idea di avere un mezzo a motore che ti permetta di vedere cosa c’è "oltre la collina" è il sogno massimo. La Vespa è il motore che spinge i protagonisti a esplorare il mondo degli umani.

La Vespa e la musica

Parallelamente al successo sul grande schermo, la Vespa ha dominato la scena musicale, diventando l’estetica di riferimento della cultura Mod in Gran Bretagna negli anni Sessanta, come testimoniato dall'opera rock dei The Who, Quadrophenia, e dall'omonimo film del 1979 diretto da Franc Roddam, in cui le centinaia di specchietti retrovisori montati sugli scooter dei protagonisti divennero il simbolo di una ribellione giovanile stilizzata. In Italia, la consacrazione musicale definitiva avviene nel 1999 con Cesare Cremonini e i Lùnapop, il cui brano 50 Special divenne un successo da quadruplo disco di platino, scalando le classifiche e trasformandosi in un inno generazionale che celebrava la libertà di un 14enne sulla Vespa Special come l'unica soluzione ai problemi della vita quotidiana.

“Chi Vespa mangia le mele”

Questa pervasività culturale è stata sapientemente alimentata da campagne pubblicitarie d’avanguardia, su tutte quella ideata nel 1969 dal geniale pubblicitario Gilberto Filippetti, che creò lo slogan "Chi Vespa mangia le mele (chi non Vespa no)", una metafora biblica e trasgressiva che accostava il possesso dello scooter alla salute, alla giovinezza e a una sottile ribellione contro il conformismo degli adulti. Filippetti intuì che il pubblico dei giovani, influenzato dai movimenti del Sessantotto, cercava un linguaggio trasgressivo, fresco e non paternalistico; utilizzando il simbolismo della mela come richiamo al piacere, alla natura e a una sottile ribellione erotica e sociale, riuscì a posizionare la Vespa come lo strumento di chi era "dentro" la modernità, contrapponendolo a chi, non possedendola, era escluso da un mondo di libertà e spensieratezza. Prima di questa stagione d'oro, la comunicazione era stata curata internamente o da piccoli studi che avevano coniato lo slogan "Vespizzatevi", un neologismo imperativo che mirava a creare un'identità collettiva tra gli utenti, trasformando il nome del brand in un verbo d'azione. Un altro autore fondamentale nell'evoluzione dell'immagine del marchio fu Giancarlo Livraghi, fondatore dell'omonima agenzia, che insieme al suo team sviluppò campagne capaci di ironizzare sulla congestione urbana, come la celebre affissione delle "Sardine", dove l'automobile veniva rappresentata come una scatola stretta e soffocante mentre la Vespa offriva la via di fuga verso l'aria aperta. Le ricadute sociali di queste intuizioni furono imponenti. La pubblicità di Filippetti, in particolare, favorì un'esplosione delle vendite tra gli adolescenti, consolidando il rito di passaggio del "quattordicenne vespizzato" e influenzando profondamente il costume, poiché la mela e la Vespa divennero icone pop citate in canzoni e opere d'arte.

Design d’autore

Negli ultimi anni, la direzione creativa di Piaggio ha spostato il baricentro verso il mondo del lusso e del design d'autore, collaborando con firme del calibro di Maria Grazia Chiuri per la versione firmata Christian Dior o con l'artista e designer Sean Wotherspoon, autori che hanno saputo reinterpretare la carrozzeria in acciaio come una tela bianca per il collezionismo di alta gamma. Questo passaggio dalla pubblicità di massa alla collaborazione d'élite ha permesso alla Vespa di non invecchiare, trasformandola da mezzo di trasporto popolare a oggetto del desiderio globale, dimostrando come la visione dei suoi autori non si sia mai limitata alla vendita di un prodotto, ma alla costante riscrittura di un sogno di indipendenza e bellezza. Attraverso contaminazioni tra design, cinema, note musicali e intuizioni pubblicitarie, la Vespa ha smesso di essere un semplice veicolo per diventare un linguaggio universale, un oggetto che, pur evolvendosi tecnicamente, è rimasto fedele alla forma originaria, continuando a rappresentare una promessa di indipendenza che attraversa epoche e classi sociali.

* Università di Pisa


 

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