Prof accoltellata da un 13enne, il caso di Bergamo “visto” da Nicola Artico: «Quel cortocircuito fra impotenza e onnipotenza»
Il parere sulla vicenda del direttore dell’Unità operativa complessa psicologia salute mentale e Ser.D
Appena saputo la notizia, quasi in diretta, con un collega ci siamo detti: è il paradosso dei nostri tempi; sappiamo molto su ciò che accade e, al contempo, siamo poco capaci di cambiarlo. È, in sintesi, la fase difficile sociale e politica che stiamo vivendo, anche con i giovani.
L’evento non è solo un atto violento, ma una frattura del patto simbolico che regge la scuola, cioè l’idea condivisa che sia un luogo di protezione e crescita. Un ragazzo di tredici anni che entra armato e colpisce un’insegnante produce un cortocircuito: l’istituzione che dovrebbe contenere e trasformare l’aggressività diventa il luogo in cui essa esplode senza mediazione. Appare evidente anche ai non addetti ai lavori che un funzionamento mentale così disturbato non si “prende” come un raffreddore. Ma non è una buona notizia: dai virus, talvolta, ci si difende meglio.
Cosa possiamo ipotizzare sul piano psichico e ambientale? Mi limito a due elementi. Il primo riguarda la fragilità narcisistica di molti giovani, impreparati ad affrontare vergogna e umiliazione. Se si cresce poco sostenuti ma stimolati a sentirsi sempre all’altezza – spesso in modo “spettacolare” e davanti agli altri, anche sui social – un brutto voto o una reprimenda pubblica possono diventare ferite intollerabili. In queste condizioni la vergogna non viene elaborata, ma espulsa e trasformata in rabbia e vendetta: si passa da un senso di impotenza insopportabile a un’onnipotenza che sembra rimettere le cose a posto.
Il secondo elemento riguarda il digitale. Il fatto che il ragazzo abbia voluto videoregistrare tutto dice quanto esso sia pervasivo nella vita psichica di ragazzi e adulti, ma anche che non temeva le conseguenze del proprio gesto. Per questo alzare le sanzioni, da sole, servono a poco. Serve invece uno sforzo corale che integri dimensioni educative, affettive e digitali.
Se nemmeno il vecchio telefono grigio con disco era neutro – si potevano fare danni anche con quello – è evidente quanto lo sia uno smartphone. Famiglie e scuole, però, si trovano spesso sole. Così, due problemi che si alimentano a vicenda – fragilità narcisistica e abuso di smartphone e social – diventano quasi impossibili da affrontare. Per lavorare sulla vergogna e sulla regolazione emotiva occorre creare spazi di educazione emotiva e di confronto su conflitti reali.
Una équipe di psicologi a scuola potrebbe dare un contributo importante, non al posto dei docenti ma insieme ai docenti. Gli uni e gli altri ben preparati e super visionati. La frase chiave è alfabetizzazione alla frustrazione. Ma servono anche interventi di sistema. A partire dai “patti digitali”: famiglie, scuole, agenzie sportive e culturali dovrebbero condividere regole chiare sull’uso degli smartphone — età di accesso, tempi, contesti — riducendo l’isolamento decisionale dei genitori e costruendo coerenza tra casa, scuola e tempo libero. In caso contrario, il singolo giovane continuerà a premere per non sentirsi escluso, mentre adulti divisi non riescono a reggere il limite.
Non ci sono molte alternative. La pressione sociale può vincere sul singolo, non il contrario. Non è vero che non sappiamo cosa fare per mitigare questi fenomeni: è più vero che farlo è faticoso, richiede cambiamenti negli stili di vita e qualche investimento. Ma limitarsi all’analisi non basta. Qui la parola chiave è impegnarsi.
*Direttore Unità Operativa Complessa Psicologia salute mentale e Ser.D
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