“A me basta che...”: il mito del figlio perfetto e la paura dei genitori per la diversità
L'idea della perfezione che viene tramandata a questi ragazzi, che devono essere perfetti e stare dentro gli algoritmi, genera un'ansia terribile
Lamberto Giannini, insegnante e direttore della compagnia Mayor Von Frinzius, è il protagonista di una nuova rubrica settimanale dedicata ai giovani e non solo: “Dosi di filosofia”. Ecco la prima seconda.
“A me basta che”, “a me basta che”, a me basta che” è il mantra dei genitori. La società contemporanea ha costruito, nel periodo post sessantottino, il mito del figlio perfetto, che si cela dietro l’affermazione di non volere che il proprio figlio sia perfetto perché “a me basta che”. Al genitore basta che la figlia sia brava a scuola, non bravissima; che il figlio sia bello, non bellissimo, cioè, senza ammetterlo, la perfezione, un equilibrio costante tra la realtà e le proprie aspettative che nessun figlio riesce a mantenere.
L'idea della perfezione che viene tramandata a questi ragazzi che devono essere perfetti e stare dentro gli algoritmi genera un'ansia terribile che li porta a rimandare, spesso anche a essere giudicati come vagabondi; ad esempio a scuola qualcuno dice “non sono pronto per l’interrogazione” non perché non ha studiato, ma perché ha l’ansia di affrontare la prova, e questo porta anche ad un giudizio negativo, a uno specchio riflettente, come direbbe Lacan, di essere visti male e quindi riconoscersi come male.
A Camaiore un padre uccide il figlio e poi uccide la madre del figlio sua compagna perché il figlio ha deciso di iniziare un periodo di transizione legato alla sua omosessualità. Questo fenomeno non è un fenomeno da punta dell'iceberg perché l’esito estremo è sicuramente l’omicidio, ma quello su cui si deve riflettere filosoficamente è la non accettazione di una dimensione che viene considerata disonorante rispetto al mito del figlio perfetto.
E qui entra in gioco la filosofia. Nell’idea del figlio perfetto maschio il figlio perfetto non può essere omosessuale, specialmente per il padre; ovviamente nell’episodio di Camaiore incide molto anche l’aspetto del retroterra culturale retrogrado, ma anche in contesti sociali culturalmente più alti nasce un meccanismo di non accettazione se non di tolleranza, che però non è il rispetto. E questo da cosa deriva? Dal fatto che nel nostro meccanismo sociale, che è profondamente maschilista, l’atto della penetrazione è un gesto umiliante: quindi, quando ti nasce una figlia, il fatto che tu sappia che molto probabilmente verrà penetrata ti porta ad abituarti all'idea, a proteggerla il più possibile, a non accettarlo del tutto, ma l’idea che prima o poi potrebbe accadere è sostenibile. Se ti nasce un figlio maschio ti consoli all’idea che tuo figlio non verrà mai penetrato, considerando questa possibilità un elemento di orgoglio, perché sarà lui, probabilmente, a compiere questo gesto. Quando invece entri in un'ottica in cui vedi che tuo figlio può prendere una strada del genere, rovesciando le tue aspettative, scatta nella mente un meccanismo arcaico di protezione o di cercare di eliminare il problema considerandolo una malattia; ma quando non si regge, si può arrivare a forme inaudite di violenza, come è accaduto appunto a Camaiore.
Freud nella teoria della sessualità spiega l'inversione sessuale non come una tendenza ad andare contro natura ma come un modo di vivere la sessualità. La grande spinta che Freud ci ha dato riguardo alla libertà sessuale, che poi è stata amplificata in maniera decisa da Marcuse, è farci capire che la sessualità è una questione di rapporto con la propria profondità e che la nostra profondità ci proietta verso un gusto sessuale che dà il senso alla nostra esistenza.
Quindi esiste un’inversione sessuale che è un'inversione sessuale integrale, ovvero il soggetto da sempre ha attrazione per persone dello stesso sesso, ma può accadere che questa tendenza emerga in modo occasionale quando i meccanismi di difesa si assottigliano perché il soggetto non ha poi il coraggio di viverla socialmente, oppure ambigenica, la tendenza normalmente definita bisessualità.
Il mondo giovanile ha sdoganato completamente questo meccanismo: per i ragazzi non c'è alcun problema a rapportarsi con soggetti che sono attratti sessualmente da chi è dello stesso sesso, ma questa dinamica non è accettato dal mondo adulto che fa finta di accettarla sperando che non tocchi a lui doverla vivere in prima persona, magari in famiglia.
Si tratta di una modalità estremamente ipocrita e marginale di affrontare il problema, e quindi personaggi come Vannacci per molti sono dei liberatori perché finalmente dicono secondo loro quello che veramente è, quello che tutti vorrebbero sentire dire, quello che arriva dalla pancia, ovvero il fatto che il mondo è un mondo alla rovescia se gli uomini vanno con gli uomini anziché con le donne. Quindi, a questo mondo che non accetta la complessità delle questioni ma le vorrebbe semplificare e non ha voglia di riflettere, di ragionare sulle ragioni delle azioni altrui, serve che giunga il semplificatore dell'esistenza che poi dà adito, ovviamente non è colpa di Vannacci, alla libertà di colpire qualcuno perché rappresenta un'onta per la propria virilità.
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La prima puntata: La ricerca continua dell’algoritmo fa rinunciare alla bellezza del mondo
Non lasciare decidere l'algoritmo:
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