“Il Ciclone” compie 30 anni, Leonardo Pieraccioni svela i segreti del film: il primo titolo, chi doveva essere la protagonista e l’incasso inatteso
L’idea del film arrivò a bordo di una vecchia Volvo davanti al residence Prati a Roma. Fu Giovanni Veronesi a “suggerire" le ballerine di flamenco. Il regista ha racconto delle vere perle durante un incontro a Forte dei Marmi
Trent’anni e non sentirli. Trent’anni trascorsi, continuando a parlare ai ragazzini di oggi e a farli divertire. Trent’anni, e stupirsi ancora di un successo all’epoca per niente scontato. Anzi, decisamente inaspettato che, tenendo fede al titolo, travolse come “un ciclone” Leonardo Pieraccioni, il regista e attore fiorentino che ieri pomeriggio ha festeggiato questo compleanno (con qualche mese di anticipo perché il film uscì il 20 dicembre 1996) a Villa Bertelli a Forte dei Marmi, in un incontro condotto dal giornalista Enrico Salvadori, davanti a una platea di fan arrivati persino dalla Val Susa.
Un affetto travolgente che lui ricambia con un’ora di gag, aneddoti, narrazioni, “chicche”, imitazioni per ricordare quello che lui stesso definisce «un film benedetto». E non dall’amico Paolo Brosio che non aveva ancora incontrato la Madonna di Medjugorie, ma dalla fortuna che ti mette sulla strada le persone giuste al momento giusto.
Come nacque “Il Ciclone”: l’idea arrivata sulla vecchia Volvo
E soprattutto l’idea, arrivata a bordo della vecchia Volvo davanti al residence Prati a Roma dove abitavano anche Fellini, Nuti, Troisi. Un’intuizione giunta non respirando l’aria circostante diffusa dai «grandi maestri», ma la nuvola di gasolio che usciva dal tubo di scappamento: «Ci fosse stata Greta Thunberg, mi avrebbe ricercato».
«In quel trambusto – racconta Pieraccioni – mi venne in mente la cucina di casa, avevo appena bisticciato con mia mamma, così decisi che lei nel film non sarebbe comparsa, l’avrei data per morta. Il mio babbo sì, e poi il fratello che avrei voluto. E, a rompere quell’equilibrio, un evento strano: un paracadute, guidato dal mago David Copperfield, caduto nell’aia. Poi spensi il motore della macchina e mi ripromisi di bere meno».
In realtà era nato il canovaccio del film, che arriva appena sbozzolato nelle mani di Giovanni Veronesi, co-sceneggiatore.
Le cinque ballerine di flamenco
«Era una sorta di equazione – prosegue Pieraccioni – c’era da sostituire l’incognita Copperfield con qualcos’altro».
E quel qualcos’altro si materializzò nei giorni successivi: «Tornai da Giovanni che quel giorno stava armeggiando con uno stereo. Avevo messo a punto l’idea: siamo nel dopoguerra e arriva in un casolare della Toscana un furgone con un gruppo di teatranti napoletane. Veronesi mi apostrofò come superbo, ero al secondo film (il primo era stato “I laureati”) e pensavo già a una pellicola in costume! E a presa di giro disse: “Perché non facciamo arrivare cinque ballerine di flamenco?”».
Mai boutade fu più prolifica. In meno di un mese il copione è pronto: forse troppo presto per arrivare sul tavolo di Rita Rusic?
Dal possibile flop ai 50 miliardi al botteghino
I due prendono un po’ di tempo, poi affrontano il giudizio dell’allora moglie di Vittorio Cecchi Gori: «“I laureati” ha fatto 17 miliardi di lire, speriamo che questo ne faccia magari 8. Pensai che anche farne 6 sarebbe stato grasso che cola. Ma dopo la prima con gli addetti ai lavori e i giornalisti, che non si lasciarono andare neanche a una risata, la mia previsione scese a poco più di un miliardo».
La sorpresa arrivò dai conti del botteghino: 50 miliardi di lire. Fu il pubblico a sancirne il trionfo e non l’intellighentia cinematografica.
Per quale arcana formula magica? «A saperla! – scherza Pieraccioni – bisognerebbe sentire Kubrick o Spielberg. Loro non hanno sbagliato un colpo. Ma è proprio questa imprevedibilità il bello del mio lavoro».
La scelta del titolo...
Poi racconta gli aneddoti: «Non potevo guardare negli occhi Ceccherini perché mi veniva da ridere e mi dovevo far male con le unghie per trattenermi».
Oppure la scelta del titolo: «All’inizio doveva essere “Il balletto di Marradi” su suggerimento di Alessandro Calosci, il produttore esecutivo, che era di quel paese. Se fosse rimasto quel titolo, oggi non saremmo qui a festeggiare i trent’anni del film, così come se avessimo optato per il suggerimento di Adolfo Lippi, “Vamos a bailar”, ricordando il programma che avevamo fatto in Cile e che credo non abbia visto nessuno. Poi, come spesso mi è capitato, i titoli vengono in mente mentre parlo e, raccontando il film a Cecchi Gori, usai la parola “ciclone”».
È un fiume in piena Pieraccioni. Racconta della scelta di Lorena Forteza, vista su una pubblicità della rivista Amica seduta in maniera ammiccante su una sedia. Dell’incontro disastroso a Parigi con Inés Sastre e il silenzio-diniego di Valeria Mazza, prima ipotesi di protagonista.
Di come convinse Mario Monicelli a fare la voce del nonno Gino. «Gli feci vedere il film e, quando mi disse “lo fo”, pensai di aver vinto la lotteria perché il Maestro aveva accettato».
Pieraccioni e gli incontri con Brosio, Bowie, Celentano e Guccini
«C’è Brosio che una volta all’anno va a Medjugorie, io una volta all’anno mi guardo “Amici miei”. Ognuno ha la sua religione».
Ricorda poi l’incontro con David Bowie, sul set de “Il mio West”; quello con Celentano che svela la nascita casuale del brano “Yuppidu”. E quello con Francesco Guccini, la cui partecipazione in “Ti amo in tutte le lingue del mondo” fu un altro sogno realizzato.
A conferma dell’importanza degli incontri e delle intuizioni.
Il nuovo film di Pieraccioni: “Un weekend artificiale”
La prossima intuizione riguarderà l’intelligenza artificiale. È pronto infatti il nuovo film – “Un weekend artificiale” – che uscirà nelle sale il 12 novembre e sarà un omaggio a “Il Ciclone”, perché nel cast ci sarà una quota consistente degli attori di allora: Massimo Ceccherini, Paolo Hendel, Tosca D’Aquino, Giuliano Grande.
Ma non sarà un sequel: «Non ho mai fatto un sequel perché considero i film conclusi e ogni volta mi chiedo se sarà il film più bello che ho fatto. Chissà».
A dirlo sarà il pubblico, e magari ci rivedremo fra trent’anni.
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