Jerry Calà compie 75 anni: «Ma volevo diventare insegnante….». Il legame con la Toscana, a chi deve dire grazie e il suo film preferito
Al Tirreno racconta gli inizi e la carriera artistica: «Mi dispiace non poter festeggiare con Gherardo Guidi, l’amico di una vita»
Cabarettista, cantante, comico, attore e regista. Una figura iconica della commedia all’italiana e che oggi festeggia 75 anni di età e 55 di carriera. Jerry Calà - siciliano di nascita, veneto d’adozione e con la Toscana luogo del cuore - sarà impegnato per tutta l’estate con il suo one man show, un entusiasmante concerto-spettacolo dal titolo “Una vita da libidine” che prende spunto sia dal libro autobiografico che da uno dei suoi molteplici tormentoni e che, prodotto dalla The Best Organization, sta registrando sold out ovunque.
«Nella notte tra sabato e domenica (ieri per chi legge, ndr) mi esibirò alla Casa Fiori Chiari di Marina di Pietrasanta (altri appuntamenti fissati lì il 9, 16 e 22 luglio) festeggiando i miei primi 75 anni attraverso canzoni e monologhi - che ripercorrono la mia carriera, ma anche la vita degli italiani - accompagnato dai musicisti della “Jerrysuperband”. Avrei voluto celebrare questo anniversario nel posto che più di ogni altro ha rappresentato il cuore della Versilia e dove per 25 anni mi sono esibito a Natale e Capodanno: La Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi. Purtroppo lo storico locale che ha contrassegnato un’epoca è chiuso da oltre un anno. E il rammarico più grande è di non poter far festa con l’amico di una vita, Gherardo Guidi, il patron che aveva portato il ritrovo a livelli internazionali. Quando mi sono sposato lui mi offrì la luna di miele al Forte».
Dal film cult “Sapore di Mare” di Carlo Vanzina (1983) la Toscana e la Versilia hanno rappresentato uno snodo fondamentale nella sua carriera.
«Il mio rapporto esclusivo con questa splendida regione inizia già negli anni ’70 con Umberto Smaila, Nini Salerno e Franco Oppini, gli altri componenti de “I Gatti di Vicolo Miracoli”, ospiti del Ciucheba di Castiglioncello - che rivaleggiava per popolarità con i ritrovi della Versilia esaltando la Costa degli Etruschi - grazie a un personaggio autentico che manca a me e al mondo dello spettacolo come Mauro Donati e che avrei voluto accanto per i miei 75 anni. Per un certo periodo - quando ero uno scapolone - visto che il mare di Viareggio, Lido e Forte era troppo caro e non potevo permettermelo, ho pure abitato nei luoghi della Perla del Tirreno. Un’altra tappa obbligata di quegli anni era quella del mitico club di Oliviero Comparini a Ronchi-Poveromo di Massa, divenuto uno dei più rinomati locali della riviera tirrenica».
Ricorda il suo debutto in Toscana?
«Con “I Gatti di Vicolo Miracoli” da Oliviero, uno dei “signori delle notti versiliesi” con quell’espressione sempre sorridente e allegra era un gigante dell’intrattenimento nel suo night-restaurant. Un innovatore che amava proporre agli avventori, coppie o single eleganti e avanti con l’età, gruppi provenienti dal cabaret. Forti dell’esperienza maturata nella scuola milanese del Derby andammo in scena proponendo le nostre gag che, almeno all’inizio, lasciarono il pubblico un tantino freddo e indifferente. Soltanto alla fine gli applausi furono convinti. Al termine dello show notiamo Oliviero venirci incontro con il solito sguardo gioioso. Gli chiediamo come siamo andati e lui, con la solita faccia che sprizza simpatia da tutti pori, ci risponde “Avete fatto ca..re”. Ci siamo messi tutti a ridere come pazzi. Rotto il ghiaccio siamo diventati versiliesi d’adozione. Nel 1978 facemmo perfino da supporter all’ultimo concerto di Mina a Bussoladomani. Ricordo anche il bel rapporto che si era venuto a creare, dopo l’incontro in tv, con i “Giancattivi” (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti) che ci ospitavano al Teatro di Rifredi a Firenze».
Se non fosse diventato l’artista poliedrico di oggi quale sarebbe stato il suo futuro?
«Avrei fatto un lavoro che mi permetteva di stare davanti a un pubblico di persone, possibilmente giovani, pronte ad ascoltarmi: l’insegnante di greco o di latino, le mie materie preferite. Non è una delle mie classiche battute. Ho frequentato le scuole elementari a Milano, le medie e le superiori a Verona e dopo la maturità mi sono iscritto a Lettere Antiche all’università di Bologna con il sogno di diventare professore di liceo. Ero uno studente modello anche se, per rendermi simpatico ai compagni di classe, cercavo di farli ridere imitando anche alcuni docenti».
Come e quando ha iniziato?
«Sono nato sul tavolo della sala da pranzo della casa di via del Plebiscito a Catania da mamma Maria Rosa con mio padre Salvatore assente perché impegnato a lavorare all’aeroporto di Ciampino per la linea aerea inglese Boac (poi divenuta British Airways) e che, successivamente, accettò il posto fisso alle Ferrovie dello Stato nell’allora ufficio informazioni alla stazione di Milano. Mi hanno imposto il nome del nonno Calogero (in dialetto siciliano “colui che farà una buona vecchiaia”) a cui mi madre ha aggiunto il nome di Alessandro e mio padre quello di Augusto. Un bel pasticcio. A salvarmi il diminutivo “Geri” che, arrivando in Lombardia e avendo una predilezione per il comico americano Jerry Lewis, è diventato automaticamente Gerry. La carriera artistica è cominciata quando con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Verona. Avevo 12 anni e mi sono appassionato alla musica. Era il periodo dei Beatles e c’era grande fermento in città. Iniziai a suonare prima nei Pick Up e poi con le Ombre partecipando a festival organizzati nei teatrini parrocchiali e interpretando brani delle grandi band dell’epoca. L’incontro che mi cambiò la vita al liceo veronese “Scipione Maffei” con uno studente anche lui appassionato di musica: Umberto Smaila. Mi prese come bassista nella filodrammatica del liceo con cui organizzavamo spettacoli musicali recitati che richiamavano centinaia di ragazzi».
La sua prima volta su un palco?
«A Verona ci sono basi americane. Mio padre, che conosceva bene le lingue e aveva rapporti con l’esercito degli States, mi chiese di organizzare un concertino per il circolo ufficiali. Avevo 15 anni ed ero deciso a far valere la mia vena artistica. Radunai gli amici del mio complessino e provammo il repertorio beat. Il guaio è che non conoscevamo bene la lingua inglese, figurarsi lo slang americano, e il modo maccheronico e biascicato di pronunciare le parole dei testi delle canzoni, unito a una formazione musicale poco professionale, suscitò l’ironia della platea composta da militari. Fu un fiasco tremendo e ricordo l’ira di mio padre che mi rincorse per menarmi e non mi rivolse la parola per giorni».
Come nasce il nome artistico “I Gatti di Vicolo Miracoli”?
«Abbiamo preso spunto da una famosa strada di Verona che aveva una particolarità: da una parte c’era l’ufficio delle tasse, dall’altra un bordello. In pratica il dolore e il piacere si trovavano l’uno di fronte all’altro. Avevo 20 anni quando assieme ai tre compagni d’avventura partimmo per Roma. All’inizio facemmo la fame tanto che Smaila impegnò la sua collezione di dischi dei Beatles per pagare il pasto in trattoria».
A chi deve dire grazie per il successo?
«A tante persone. Dico Bud Spencer, Lino Banfi, Mara Venier (per un periodo compagna di vita), ma soprattutto Cino Tortorella, alias il Mago Zurlì, che ci portò al cabaret Derby di Milano e ci fece esibire in uno spettacolo con Paolo Villaggio, Cochi e Renato e Enzo Jannacci. Avevamo a disposizione 10 minuti, ma siamo rimasti sul palco un’ora con gli spettatori che ridevano».
Trentacinque film interpretati: ce n’è uno in cui si riconosce?
«Sicuramente “Vacanze di Natale” che reputo una commedia di satira sull’edonismo degli anni ’80. Ma il mio preferito resta “Un ragazzo e una ragazza” del 1983 per la regia di Marco Risi e con Marina Suma. Lo reputo l’emblema di una storia d’amore che unisce comicità a sentimento descritta con poesia e semplicità e il cui protagonista si distingue per una sindrome di Peter Pan che sento vicina».
Un attore come lei in grado di riempire le sale con commedie divertenti e d’evasione non si è sentito penalizzato per le poche occasioni avute dal cinema d’autore?
«Tutto sommato sono contento dei successi al botteghino. Probabilmente mi sarei cimentato di nuovo nel cinema impegnato se il regista Marco Ferreri non ci avesse lasciato prematuramente dopo “Diario di un vizio” del 1993 girato assieme a Sabrina Ferilli con cui, ricevendo il premio della critica al Festival internazionale di Berlino, mi presi una rivincita nei confronti di chi aveva espresso giudizi negativi per le mie interpretazioni nei film comici».
L’attore più divertente e il più professionale?
«Con Massimo Boldi ci conosciamo da quando lui aveva ancora i capelli. Mi fa morire dal ridere e non se la tira con nessuno. Christian De Sica invece sul set è un precisino: arriva a girare con il copione che conosce a memoria e sa pure le battute degli altri attori».
La più grande attrice con cui ha lavorato
«Stefania Sandrelli. Ho lavorato con lei sul set in “Vacanze di Natale”. Una donna straordinaria, un mito assoluto del cinema italiano».
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