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L’intervista

Sinner, l'Italia in Davis e le Nitto Atp Finals. Il presidente Binaghi: «Anche senza Jannik puntiamo al poker»

di Federico Lazzotti
Sinner, l'Italia in Davis e le Nitto Atp Finals. Il presidente Binaghi: «Anche senza Jannik puntiamo al poker»

Il numero uno dellla Fitp e la stagione degli infortuni: «I campioni possono scegliere a quali tornei partecipare». E sul Coni spiega: ecco cosa cambierei per migliorare il governo dello sport italiano

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Roma Parli con Angelo Binaghi, presidente della resurrezione del tennis italiano, e dal tono della voce, come dalla lunghezza delle risposte, hai l’impressione di ascoltare il polso del movimento tricolore. Che oggi – dopo la collezione di successi lungo le passerelle primavera-estate del circuito (vittoria a Roma e Wimbledon con Jannik, finale a Parigi con Cobolli), sta attraversando un autunno di resistenza davanti agli infortuni: Sinner, in primis ovviamente, ma anche Musetti, che ricorderà il 2026 come un anno incerottato, Jasmine Paolini che fa fatica a tornare quella del 2025 e Cocciaretto. Ma nonostante questo Binaghi non perde l’ottimismo in vista degli appuntamenti di fine stagione. «Al di là delle assenze – dice – l’Italtennis dopo i successi del 2023, 2024 e 2025 può calare il poker alle finali di Coppa Davis (appuntamento a Bologna dal 24 al 29 novembre). E le Nitto Atp Finals di Torino (15-17 novembre)? Abbiamo venduto il 90% dei biglietti e ci saranno sicuramente tre azzurri in campo: Cobolli nel singolare e Bolelli-Vavassori nel doppio. Non mi sembra male».

Presidente, al di là di tutto, visti gli infortuni degli italiani ma anche quelli di Alcaraz, Djokovic, Draper, nel tennis c’è un problema di carichi fisici e stress troppo elevati?

«Direi di no. I tennisti possono scegliere a quali tornei partecipare. Di certo il nostro è uno sport duro, e giocato a quei livelli, in particolare sulle superfici rapide, crea notevoli stress al fisico».

Però, anche tra i giocatori, c’è chi si lamenta di un calendario troppo serrato...

«Mah...eppure i campioni continuano a fare esibizioni che non c’entrano nulla con la classifica mondiale. Ecco perché dico che ci sono ancora tempi e spazi per potersi programmare meglio».

L’altro giorno, Toni Nadal, zio di Rafa, suggeriva di giocare con racchette più piccole per evitare gli infortuni. Cosa ne pensa?

«Sinceramente non lo so, è la prima volta che sento questa proposta, non ci avevo pensato. Ci ragionerò».

Passiamo alla nota più dolente: l’assenza di Sinner. Qual è il contraccolpo per il movimento?

«(Sorride ndr) Quello di qualsiasi sport in Italia in cui il numero uno al mondo è infortunato. Inutile girarci intorno: è una brutta gatta da pelare, sopratutto per gli appassionati. Ma Jannik tornerà».

Lo ha sentito?

«No».

Quindi l’assenza di Sinner non cambia nulla per Atp Finals e le finali di Davis?

«Sono le gare che organizziamo in casa oltre agli Internazionali d’Italia. Ci teniamo moltissimo. Non avere Jannik è una bella botta, ma in Davis abbiamo vinto senza Musetti e lo stesso Sinner. Abbiamo dimostrato di farci valere anche in condizioni di emergenza».

Quindi per la Davis su chi punta per il poker?

«Non sarò io a puntare sui giocatori, ma il capitano Volandri che è bravissimo a gestire atleti e situazioni diverse. I ragazzi che sono scesi in campo lo scorso anno, Cobolli e Berrettini, sono di grande valore. Poi c’è Darderi, che è cresciuto, Musetti. Insomma: abbiamo le carte in regola per giocare per vincere anche quest’anno».

Il 2026 è quasi finito, dopo aver realizzato il sogno di vedere un italiano vincere il singolare maschile a Roma dopo 50 anni, ha un desiderio per il 2027?

«Quello che ho detto nel 2026. Abbiamo una generazione straordinaria, ma c’è bisogno di averli tutti in buona salute affinché possano esprimersi al meglio. Poi i risultati arrivano di conseguenza. Dunque il mio augurio a loro è quello di stare bene. Quest’anno Sinner, Musetti, Paolini e Cocciaretto sono stati martoriati dagli infortuni».

Presidente, come dicevano le nonne che ne sapevano molto: quando c’è la salute c’è tutto?

«Proprio così».

Uno dei suoi cavalli di battaglia è quello di portare il quinto Slam in Italia? Ci sono novità? Si sta muovendo qualcosa?

«Che fretta che avete? Quello della struttura degli Slam è un argomento che nel tennis non cambia da 120 anni, ci vuole tempo. Bisogna essere determinati e pazienti anche in questo».

Scrive Gramellini per spiegare l’ennesima stortura del governo dello sport italiano: “I nemici di Malagò, alcuni dei quali erano suoi amici, hanno agitato un vizietto di forma per invalidarne la nomina a presidente. Poi, preoccupati per le conseguenze e le possibili ritorsioni, si sono inventati una contromossa affinché tutto rimanesse com’era. Cosa ne pensa?

«Che quello non fosse un vizio di forma ma di sostanza, nel tennis non puoi neanche entrare nei nostri campi affiliati se non hai la tessera, figuriamoci candidarti Presidente…».

Farebbe mai il presidente del Coni?

«Credo che fare il presidente della Fitp sia già abbastanza gratificante e impegnativo».

Ma se avesse la possibilità di cambiare una o due cose del sistema Coni cosa farebbe?

«Sicuramente il sistema rappresentativo: un milione e mezzo di tesserati del calcio non possono valere tanto quanto qualche centinaio di qualche sport minore».

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