I galletti? Siamo noi: una bella Italia ferma e spaventa la Francia
La Nazionale del ct Roberto Mancini resiste per un tempo, va sotto e poi trova il gol del pareggio. Donnarumma salva il risultato in quattro occasioni e gli azzurri chiudono in avanti
PARIGI. Fare per una notte (magica) i galletti allo “Stade de France” contro una super potenza mondiale, nel giorno in cui il football francese abbraccia il suo profeta Zizou diventato commissario tecnico, è la cosa migliore che il calcio italiano abbia fatto vedere negli ultimi anni.
Sia chiaro: è stata una faticaccia, sia fisica che psicologica come ha ammesso il ct Mancini: «Sapevamo che la partita sarebbe stata durissima». Perché la Francia ha sempre dato l’impressione di poter affondare il colpo in ogni momento, guidata da un talento diffuso (erano anche senza Mbappè) dove il più scarso sembrava ogni volta capace di suonare il violino con i piedi. Ma quando tocchi il fondo e vieni umiliato sportivamente, come è successo alla nostra Nazionale rimasta su divano negli ultimi tre Mondiali, è naturale che anche uno scatto d’orgoglio, un sussulto, un contrasto vinto con garra e un finale coraggioso, sia capace di risvegliare antiche passioni, vecchi schemi mentali dove non ci sentivamo secondi a nessuno.
Chissà quanto Roberto Mancini, uno che con il destro faceva suonare qualsiasi orchestra, abbia dovuto plasmare la sua idea di pallone, reinventarsi, per dare una forma presentabile, credibile, a una squadra che di talento ne ha pochino e dunque deve avere voglia, gamba e organizzazione per tenere botta per novanta a chi parla con gli angeli del pallone. E avere così la speranza di non finire nel tritacarne del tiki-taka francese, vittima sacrificale della festa organizzata dai Blues.
Per capire la partita, la sua anima e la chiave di lettura, bastano i primi otto minuti: in questo inizio c’è la ricorsività della sfida, fatta di accenti simili. Olise che preme a destra, Douè a sinistra, in mezzo Dembelè. Gli azzurri davanti alle danze di questo trio, ballano, e basta un errore (succederà ancora con Bastoni, Calafiori e Fagioli) come quello di Tonali, per andare in affanno. Anche perché l’unico che riesce a tenere la palla alta è Pio Esposito, ma fargliela arrivare è un bel problema (Fagioli sognerà Truffert per una settimana). E quando la riceve, su di lui, fanno la staffetta due pivot come Jacquet, Upamecano. Eppure basta superare quella linea Maginot colorata di blu per arrivare davanti alla porta di Maignan.
Anche perché Kayode (tra i migliori) ha gambe, volume e polmoni rari e solo per un caso Kean, all’ottavo, non riesce a buttarla dentro. Di apnee difensive e sospiri di sollievo ce ne sono stati molti altri. Ma a differenza del recente passato l’encefalogramma non è mai stato piatto. Nemmeno quando Olise cita Zidane con un tacco per Cherki che costringe Fagioli al fallo terminale. Punizione che il talento del Bayern mette sotto la traversa portando in vantaggio i padroni di casa. È qui che invece di abbassare la cresta, l’Italia tira fuori gli attributi: san Gigio Donnarumma salva in quattro occasioni, Bastoni si traveste da Pippo Inzaghi e segna il gol del pareggio (il secondo in quattro giorni). E nel finale se ci fosse stato un verdetto ai punti avrebbe cantato il gallo azzurro.
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