Il dolore
Prato, era appena rientrato da Pisa il ragazzo ucciso in via Marini: lavorava come aiuto cuoco – I dubbi sul movente
Il dolore delle due sorelle: «Non veniva volentieri a casa, voleva stare per conto suo». Chi è l’assassino reo confesso e cosa continua a non convincere gli inquirenti
PRATO. Si chiamava Xiong Tianhao ed era appena tornato a Prato da Pisa, dove aveva lavorato come aiuto cuoco in un ristorante, il diciassettenne ucciso a colpi di pistola martedì mattina nella mansarda di un affittacamere abusivo in via Marini.
«Proprio martedì mattina doveva venire insieme a noi in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno – lo ricordano con gli occhi lucidi le due sorelle maggiori sulla porta della loro abitazione di Galciana – ma non si è presentato e ha smesso di rispondere al telefono. Abbiamo saputo che era morto solo il giorno dopo, quando è arrivata la polizia».
Oggi il medico legale Stefano Pierotti, su incarico della Procura, eseguirà l’autopsia sul corpo del ragazzo, anche se ci sono pochi dubbi sulla causa della morte: due proiettili che lo hanno raggiunto alla mascella e su un sopracciglio. Semmai bisognerà accertare se il giovane avesse fatto uso di sostanze stupefacenti.
Ora ha un nome anche il connazionale che si è attribuito la paternità di quei due spari dopo essersi costituito martedì mattina in Questura.
Si chiama Hu Jing e ha 49 anni, non 53 come è stato scritto finora. Difeso dall’avvocato Maurizio Milani, oggi comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari Santinelli e rimarrà in carcere, come chiede la Procura. Teoricamente il caso è chiuso, ma le indagini della squadra mobile della polizia puntano a ricostruire l’esatta dinamica di quanto successo in quella mansarda e soprattutto a capire il vero movente di quegli spari, perché la versione del killer reo confesso («mi stava filmando mentre mi drogavo e gli ho sparato») continua a non convincere gli inquirenti.
In quella stanza, hanno saputo i familiari di Tianhao, c’erano forse quattro persone, due delle quali potrebbero essere state sentite dalla polizia per arrivare se possibile alla verità. Una verità al momento sfuggente, così come l’ipotesi di un collegamento con l’incendio che poche ore prima ha distrutto il supermercato cinese Mondo Market in via Marx.
Alle due sorelle di Tianhao il nome di quel market non dice niente, non lo hanno mai sentito nominare dal fratello. E Alessio, il giovane titolare di Mondo Market, che ieri mattina era davanti alla carcassa fumante del supermercato insieme ai vigili del fuoco, dice di non avere idea di chi potesse essere il diciassettenne ucciso in via Marini. Vicolo cieco, dunque? Ancora presto per dirlo.
«Nostro fratello aveva frequentato per un paio di anni il Liceo Livi, proprio in via Marini – dicono le due sorelle – Poi aveva smesso e aveva cominciato a lavorare, faceva l’aiuto cuoco a Pisa, ma lunedì sera, quando lo abbiamo sentito per l’ultima volta, ci ha assicurato che sarebbe tornato per il permesso di soggiorno».
Probabilmente è tornato lunedì sera ma non è andato nella casa di Galciana. Per qualche motivo ha preferito fermarsi nell’affittacamere di via Marini, a due passi dalla sua vecchia scuola, dove poi ha trovato la morte.
«Tianhao non veniva volentieri a casa – confermano le sorelle – Gli piaceva stare per conto suo». Non era ancora maggiorenne, ma cominciava a farsi largo nella vita seguendo la sua strada, forse in ossequio al nome che i genitori gli avevano dato. Tianhao significa “la grandezza del cielo” ma anche “grande ambizione” o “nobile guerriero”. Molti immigrati cinesi in Occidente lo danno ai propri figli e l’Italia è uno dei paesi europei dove accade più spesso, in segno di augurio.
I familiari, che non lo vedevano da giorni, lo rivedranno solo da morto oggi, al termine dell’autopsia per il riconoscimento formale.
Sul fronte delle indagini non ci sono novità sostanziali. La squadra mobile ha in mano la presunta arma del delitto, una pistola semiautomatica calibro 7,65 che lo stesso Hu Jing ha fatto ritrovare indicando la “campana” per la raccolta del vetro dove l’aveva gettata dopo l’omicidio. Su quell’arma verranno eseguiti gli esami tecnici e balistici per formare la prova che sia stata proprio quella a sparare. Qualcosa in più potranno dire i telefoni cellulari di vittima e carnefice, ma il reo confesso ha detto di essersi disfatto del suo, anche se ha indicato dove l’ha gettato.
Nel corso dell’interrogatorio, oltre a fornire quel movente poco credibile, ha detto che tra lui e il ragazzo c’era una “ruggine” che andava avanti da qualche settimana. Questo lascerebbe credere che i due, nonostante la differenza di età, si conoscessero e l’incontro di martedì non sia stato occasionale.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
