Vaiano, moglie e marito morti a pochi giorni l'uno dall'altra: Maria e Ferruccio, una vita insieme fino all'ultimo
Lui era ricoverato in Rsa e lei faceva 8 chilometri a piedi ogni giorno per andare a trovarlo. Il ricordo dell'ex sindaco Primo Bosi: «Nulla poteva intaccare il legame fra loro»
VAIANO. A vedere questa storia dall’esterno apparentemente se ne sono andati da soli, o quasi. In realtà, al di là del credere o meno in un’altra vita, avevano – anche nel momento della dipartita – la compagnia più importante della loro esistenza, quella reciproca. Maria, 86 anni, e Ferruccio, 75, se ne sono andati a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro e, per chi li ha conosciuti, resta difficile non vedere in questo una sorta di messaggio. A raccontare la loro storia è stato, dopo la scomparsa di Ferruccio che è stato sepolto questa mattina (28 settembre), l’ex sindaco di Vaiano Primo Bosi, che conosceva la coppia e che è stato tra i pochissimi ad aver partecipato alla benedizione della salma celebrata domenica.
«Maria e Ferruccio non sono solo due nomi – ha scritto Bosi – sono la storia di una società che è radicalmente cambiata negli ultimi decenni e di una generazione che ha conosciuto il sapore del sudore e il silenzio dei campi. La loro vita è stata scandita dai ritmi antichi: il canto del gallo all'alba, il tramonto del sole a chiudere le giornate, la terra sotto le mani da lavorare con pazienza e orgoglio. Non conoscevano il lusso, né le tentazioni della tecnologia. La loro era una vita semplice, fatta di cose essenziali. Dottori? Non se ne parla. Ci si curava in casa, con rimedi della nonna e con la fede in una provvidenza che, secondo Maria, avrebbe sempre pensato a loro. I rapporti con i vicini e i parenti a volte erano tesi, le parole a volte taglienti. Ma nulla poteva intaccare il legame tra loro due. “Tanto stanno per arrivare gli americani”, ripeteva Maria, con quel suo dialetto siciliano stretto, a tratti incomprensibile, ma carico di una speranza tenace. Quando Ferruccio è stato ricoverato in Rsa, Maria non ha esitato. Ogni giorno, in ogni stagione, ha percorso 4 chilometri a piedi per andare a trovarlo e altrettanti per tornare a casa. Chi di voi l'ha vista sulla S325, curva con il carrettino sempre appresso, sa bene cosa significa quella costanza. E poi, nel giro di pochissimi giorni, Maria se n'è andata dove aveva sempre voluto morire. E Ferruccio l'ha seguita, a ruota, come ha fatto in ogni momento della loro vita. Mi piace pensarli insieme, ora, nella pace e nella serenità che non hanno sempre trovato sulla terra. L'unico rammarico è aver visto, ieri, la cappella del commiato spoglia, priva di quei segnali di umanità che la loro storia meritava. Per cui voglio ringraziare chi ha portato fiori per rendere meno anonima la dipartita di due vite che hanno insegnato cosa significava amare, lavorare e resistere».
Una storia che si presta a molte letture, quella più naturale della scomparsa di due persone, e con loro anche di una fetta di remota civiltà contadina. Ma non si può certo parlare di una storia di solitudine, perché al di là della chiusura verso il prossimo e al mondo moderno, soli i due non lo sono stati mai. Perché Ferruccio aveva Maria e Maria aveva Ferruccio. Fino alla fine.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
