Il Tirreno

Prato

L’indagine

Omicidio in carcere a Prato, due testimoni per cercare la verità sulla morte di Raymond Ikanagbon – Il punto sulle indagini

di Paolo Nencioni

	Il carcere della Dogaia visto dall’alto (foto Nucci)
Il carcere della Dogaia visto dall’alto (foto Nucci)

Sono stati indicati alla Procura dal legale di uno dei tre indagati. L’autopsia chiarirà se il detenuto era già morto quando è arrivata la polizia penitenziaria

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PRATO. Ci sono due detenuti della settima sezione della Dogaia che potrebbero dare un contributo decisivo alla ricostruzione di quanto è accaduto mercoledì sera (5 agosto) nella cella 171, dove è stato ucciso il trentaduenne Raymond Ikanagbon, nigeriano di 32 anni, dopo un litigio coi tre compagni di cella. Sono due detenuti che stanno nelle celle adiacenti alla 171 e che sono stati indicati come testimoni potenzialmente utili al sostituto procuratore Massimo Petrocchi dal legale di uno dei tre compagni di cella della vittima, ora indagati per omicidio preterintenzionale. I due detenuti, ristretti nella sezione dei “sex offenders”, potrebbero confermare quanto è emerso finora, e cioè che la morte è arrivata al culmine di un litigio nella cella, oppure aggiungere qualcosa. Decisiva sarà anche l’autopsia che sarà affidata oggi dalla Procura al medico legale.

Il pezzo di legno in cella

Intanto bisognerà capire, sia dall’esame medico che dalle testimonianze, se all’arrivo della polizia penitenziaria Raymond Ikanagbon fosse già morto. In caso contrario, si dovrà ricostruire quanto è accaduto dopo. Dentro la cella è stato trovato un pezzo di legno verosimilmente usato per colpire Raymond alla testa ed è pacifico che in quella cella, dove oltre al nigeriano c’erano un italiano di 52 anni e due albanesi di 40 e 44 anni, ci sia stato un violento litigio. Se poi la morte sia la diretta conseguenza del litigio oppure no, questo è ancora da stabilire. Il fatto che la Procura abbia indagato i tre compagni di cella con l’ipotesi dell’omicidio preterintenzionale e non per omicidio volontario potrebbe significare che gli inquirenti hanno già un quadro chiaro della dinamica, oppure che lasciano aperta la porta a spiegazioni alternative. I due potenziali testimoni sono rimasti chiusi in cella mentre Raymond moriva. In altri casi di risse le celle vengono aperte per consentire ai detenuti di dare una mano alla polizia penitenziaria.

La dipendenza dalla droga

Dal carcere trapela che Raymond Ikanagbon è arrivato mercoledì mattina alla Dogaia già un po’ su di giri. Viene descritto come una persona con una pesante dipendenza dalle sostanze stupefacenti e arriva dal carcere di Pistoia dove ha passato i primi nove giorni di custodia cautelare dopo l’arresto a Pieve a Nievole per aver palpeggiato una donna dopo un tentativo di furto che si trasforma in rapina. Già nell’infermeria della Dogaia si mostra particolarmente agitato, poi lo portano ai piani superiori e non è escluso che sia ancora aggressivo. Se è andata così, i compagni di cella non gradiscono, ne nasce un litigio e poi un pestaggio, forse per reazione. Di fatto è lui che ne paga le conseguenze e ora resta da capire chi si assumerà la colpa. Nessuno dei tre compagni di cella finora si è assunto la responsabilità.

La settima sezione

L’unica cosa certa è che la settima sezione della Dogaia, quella che accoglie detenuti in custodia cautelare o condannati per reati a sfondo sessuale, è un posto estremamente sovraffollato oltre che pericoloso. Nelle scorse settimane c’era già stata un po’ di agitazione che non è trapelata all’esterno. Al momento ci sono 81 detenuti in celle di 12 metri quadri dove c’è un televisore e poco altro, con lo spazio vitale ridotto al minimo quando ci stanno in quattro e un caldo soffocante. Nulla di più facile che scoppi una lite per i più svariati motivi.

La situazione si è aggravata nelle ultime settimane, da quando il gip di Firenze ha chiuso sette sezioni del carcere di Sollicciano e i detenuti fiorentini sono stati redistribuiti nelle altre carceri della regione. Quelli della settima sezione però possono stare solo lì, perché se venissero messi insieme ai detenuti comuni rischierebbero di essere picchiati.

Caldo e sovrffollamento

Anche alla Dogaia la seconda sezione è attualmente chiusa in attesa di lavori di ristrutturazione che dovrebbero iniziare in autunno. Sono 47 posti che darebbero una boccata d’ossigeno alla casa circondariale, che ora accoglie 640 detenuti (cento oltre la capienza prevista), ma che non risolverebbero il problema dei “sex offenders”.

Chi ha avuto modo di visitare di recente questa specie di Caienna descrive una struttura fatiscente e racconta che i detenuti si lamentano per il caldo e per il sovraffollamento. Di notte, specialmente in queste notti, non si respira. Dalle porte blindate, quando sono chiuse, non passa un filo d’aria. C’è un detenuto di 73 anni che non si può alzare dalla branda e viene accudito da un compagno di cella di colore che lo tratta come un secondo padre.

Ci sono anche scene come queste, che restituiscono un minimo di umanità a detenuti che dall’esterno vengono visti spesso semplicemente come mostri. 

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