Il fatto
Infiltrazioni camorristiche nei cantieri in Toscana, scattano 11 arresti. Il procuratore: «Chi è stato minacciato si faccia avanti»
L’inchiesta ha interessato le province di Prato, Firenze, Napoli, Caserta e Udine
PRATO. Interessa anche Prato e Firenze un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze e condotta dai carabinieri di Siena sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nei cantieri edili che ha portato all’esecuzione di 11 misure di custodia cautelare (7 in carcere e 4 agli arresti domiciliari) nelle province di Napoli, Caserta, Prato, Firenze e Udine. L'operazione, spiega una nota del procuratore Rosa Volpe, ha riguardato 11 soggetti di origine campana ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di estorsione e tentata estorsione, aggravate dal metodo mafioso, minaccia a pubblico ufficiale e tentata violenza privata.
Il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere per 7 indagati e gli arresti domiciliari per i restanti 4. Contestualmente sono state eseguite perquisizioni presso i
domicili dei soggetti e la sede legale dell'impresa edile coinvolta. L'indagine, avviata nell'aprile 2025, con contributi
investigativi del Nucleo carabinieri Ispettorato del lavoro e della guardia di finanza di Siena, ha permesso di disvelare un
sistematico e violento tentativo di infiltrazione della criminalità organizzata nel tessuto economico della regione Toscana.
In particolare, le complesse investigazioni hanno evidenziato
l'operatività della società "P.R. Appalti s.r.l.", con sede
formale in Campania ma attiva nei subappalti pubblici e privati in vari cantieri del Centro Italia, inclusi lavori finanziati con fondi Pnrr. Gli indagati utilizzavano l'impresa come paravento legale per attuare un controllo gestionale di altre imprese mediante meccanismi intimidatori. Il sistema prevedeva l'imposizione unilaterale della rinegoziazione dei contratti. Attraverso minacce e violenze, i titolari delle ditte appaltanti venivano costretti a modificare gli accordi "a corpo" o "a misura" in contratti "ad ore". Tale meccanismo permetteva di gonfiare fittiziamente i costi, registrando la presenza di un numero sproporzionato di operai o ore di lavoro mai effettuate, precostituendo crediti ingiustificati. Di fronte al rifiuto di liquidare somme non dovute, gli indagati reclamavano il pagamento attraverso atti intimidatori e minacce fino all'occupazione dei cantieri.
Significativa è la caratura criminale e, pertanto, la conseguente pericolosità dei soggetti coinvolti. Alcuni degli
indagati, infatti, sono risultati collegati allo storico clan Moccia di Afragola, organizzazione camorristica egemone nel comprensorio nord-orientale della provincia di Napoli. Nelle conversazioni intercettate, il principale indagato richiamava esplicitamente la potenza del vincolo associativo per piegare
ogni resistenza al fine di creare assoggettamento nelle persone offese: "Se mi arrestano a me... stanno altri mille soldati che rispondono ai miei ordini".
Il richiamo a una struttura militare pronta a subentrare nell'agire criminale garantiva agli indagati di spadroneggiare, cosicché le azioni intimidatorie poste in essere hanno potuto esercitare assoluto assoggettamento negli imprenditori destinatari delle minacce.
«Le istituzioni impegnate nell'azione investigativa e giudiziaria culminata negli arresti odierni – si legge nella nota del procuratore Volpe – invitano tutti gli operatori economici che siano stati vittime di forme di intimidazione e coercizione da parte di coloro che hanno operato sotto lo schermo sociale della società "P.R. Appalti s.r.l." o con analoghe metodologie criminali a denunciare con determinazione, unico sistema per superare l'isolamento e il ricatto mafioso, nell'auspicio che possano assumere consapevolezza che la collaborazione con lo Stato rappresenti ineguagliabile strumento per ottenere il ripristino della legalità nel mercato degli appalti e la tutela della libera iniziativa imprenditoriale».
