Il pasticcio
Assassino per la Cina, l’Italia lo scarcera: il caso dell’allevatore di carpe tra Prato e Pistoia
La polizia ha arrestato un cinese di 65 anni per un omicidio commesso nel 2005 ma l’estradizione non è prevista perché a Pechino vige la pena di morte
PRATO. Il 29 aprile del 2005 Zhou Jinxin fu accerchiato da un gruppo di sei persone e ucciso a coltellate davanti al TangRen Bar di Baotou, una grande città di quasi tre milioni di abitanti nella provincia cinese della Mongolia interna. I sei aggressori sono stati tutti arrestati e condannati ma ora, a distanza di 21 anni, il filo rosso di quell’omicidio arriva fino a Prato e poi a Pistoia, perché le autorità di Pechino ritengono che il mandante dell’agguato sia un settimo uomo che è scappato all’estero subito dopo l’omicidio e si è confuso sotto falso nome nella folta comunità di connazionali, prima Prato in via Ferrucci e poi a Pistoia, dove lo scorso 10 marzo è stato arrestato dagli agenti della squadra mobile, che hanno eseguito un mandato di cattura emesso dall’Ufficio di pubblica sicurezza di Kundulun, sempre nella Mongolia interna.
Qui in Italia l’arrestato si fa chiamare Liu Wenming e dice di avere 63 anni, ma in realtà si chiama Lin Ping e di anni ne ha 65. I poliziotti di Pistoia lo hanno rintracciato al numero 16 di via San Piero in Vincio, nella campagna alla periferia ovest della città, tra Pontelungo e lo zoo. Qui Lin Ping alias Liu Wenming risultava dipendente di un allevamento di carpe koi di proprietà del connazionale Weiwei Gao, pur avendo il permesso di soggiorno scaduto dal 2020. Di fatto era uno dei tanti fantasmi che popolano le comunità cinesi di Prato e Pistoia. Nessuno lo avrebbe disturbato se la Cina, il 7 luglio dell’anno scorso, non si fosse ricordata di lui e non avesse chiesto all’Interpol di rintracciarlo. La “red notice” dell’organizzazione internazionale di polizia criminale è arrivata lo scorso 10 febbraio e nel giro di un mese, nonostante il nome falso, Lin Ping è stato rintracciato e portato nel carcere di Pistoia. A tradirlo è stata la richiesta di un passaporto fatta nel 2009 al Consolato di Milano: da quella foto si è risaliti al vero nome.
Secondo la magistratura cinese, nell’aprile di 21 anni fa, Lin Ping avrebbe pagato sei sicari 108.000 yuan (circa 10.000 euro al cambio dell’epoca) per assassinare il suo socio in affari Zhou Jinxin, con il quale aveva fondato la ZhongRuiHuaTong Technology, allo scopo di impossessarsi delle sue quote.
Ma la permanenza in carcere di Lin Ping è durata solo pochi giorni. Difeso dall’avvocato Alessandro Fantappiè, l’arrestato è comparso lunedì davanti alla Corte d’appello di Firenze che ne ha disposto la scarcerazione in previsione di un rifiuto dell’estradizione verso la Cina. A Pechino infatti vige ancora la pena di morte per chi commette un omicidio e ogni anno ci sono migliaia di esecuzioni, più che in tutto il resto del mondo (anche se non se ne conosce il numero, ritenuto segreto di stato). Fin dal 1996 la nostra Corte costituzionale ha dichiarato illegittima l’estradizione verso paesi dove il condannato rischi la pena di morte e dunque l’avvocato Fantappié ha avuto gioco facile nel convincere i giudici e Lin Ping è tornato ad allevare carpe a Pistoia. Teoricamente potrebbe essere processato in contumacia e nuovamente arrestato, ma è una possibilità molto teorica. Lo stesso avvocato Fantappié nel luglio dell’anno scorso si era occupato del caso di Xie Binglong, un cinese di Prato ricercato dalla Cina per un omicidio commesso nel 1989. Anche in quel caso l’uomo fu arrestato e successivamente scarcerato perché la Cina non inviò nei tempi previsti la richiesta di estradizione, che comunque sarebbe stata respinta.
