Il Tirreno

Prato

Il credit crunch

E’ gelo sui prestiti alle imprese: a Prato mancano 386 milioni

di Paolo Nencioni
E’ gelo sui prestiti alle imprese: a Prato mancano 386 milioni

Distretto in controtendenza: mentre in Italia aumentano gli affidi, qui diminuiscono. Prato è la provincia che registra il calo maggiore tra le 107 del paese. E non è solo colpa della dimensione delle aziende

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PRATO. In Italia le banche hanno ricominciato a prestare soldi alle imprese, ma a Prato il mondo è al contrario e qui i rubinetti del credito si sono chiusi in maniera drastica, eclatante, verrebbe da dire drammatica. Lo si ricava dall’ultima statistica pubblicata dall’ufficio studi della Confederazione generale dell’artigianato di Mestre, secondo il quale a Prato, tra il novembre 2024 e il novembre 2025 manca all’appello la bellezza di 386 milioni di euro, con un calo percentuale dell’11,6% che fa della provincia laniera la più penalizzata tra le 107 censite dalla Cgia. In termini assoluti, a novembre 2024 le banche avevano prestato alle aziende pratesi 3 miliardi e 329 milioni di euro, mentre un anno dopo la cifra è scesa a 2 miliardi e 943 milioni.

Il dato era emerso già a ottobre con la statistica degli ultimi sette mesi, ma i numeri usciti venerdì aggravano di molto la situazione. Se in ottobre si parlava di un calo del 5,7%, pari a 187 milioni, il consuntivo annuale allarga la voragine e la raddoppia.

Tutto questo accade mentre a livello nazionale le banche hanno concesso 5 miliardi di affidamenti in più alle imprese, in maniera diseguale: moltissimo a Lazio e Lombardia (8 miliardi in più), poco a Toscana e Veneto (2 miliardi in meno), con un aumento complessivo che comunque si attesa sullo 0,8%.

Credit crunch: le cause

Secondo la Cgia all’origine del calo dei prestiti ci possono essere vari motivi. Il primo è che le banche ora tendono a prestare meno alle piccole imprese, quelle con meno di 20 dipendenti, che sono la spina dorsale del distretto industriale di Prato. «La contrazione degli impieghi – spiega l’ufficio studi – è il risultato di cambiamenti strutturali nel sistema bancario, in quello regolamentare e macroeconomico. Il primo fattore è la valutazione del rischio. Le micro e piccole imprese presentano in media una maggiore volatilità dei ricavi, una minore capitalizzazione e una dipendenza piùelevata dall’andamento del ciclo economico. In un contesto di incertezza macroeconomica, questo induce le banche a irrigidire i criteri di concessione proprio verso i soggetti più piccoli».

Un altro fattore è legato alle norme bancarie: «Con l’introduzione e il rafforzamento delle regole di Basilea III, le banche devono allocare più capitale a fronte di prestiti considerati rischiosi. I finanziamenti alle microimprese, a parità di importo, risultano generalmente più rischiosi».

Ma ci sono almeno altre due spiegazioni. La prima è la trasformazione del sistema bancario italiano. Il processo di concentrazione e la riduzione degli sportelli hanno indebolito il modello di banca territoriale, storicamente più incline a valutazioni qualitative, relazionali e basate sulla fiducia reciproca. La seconda forse è la più importante, per Prato. Le aziende, semplicemente, potrebbero aver deciso di investire meno e dunque chiedono meno soldi alle banche.

«Molte delle medio-piccole – spiega la Cgia di Mestre – hanno ridotto gli investimenti in capitale fisso dopo la fase di sostegno pubblico legata alla pandemia e hanno sfruttato le risorse interne per coprire esigenze di breve periodo. Pertanto, la maggiore incertezza economica e la propensione alla prudenza degli imprenditori hanno portato a una riduzione delle richieste di prestito, specie per investimenti a lungo termine che, almeno in parte, spiegano il calo degli impieghi vivi in corso in questi ultimi anni nei confronti delle imprese».

Le dimensioni non sempre contano

La tesi secondo la quale il calo dei prestiti alle imprese di Prato dipenderebbe dalle piccole dimensioni è in parte smentita da un’altra tabella pubblicata dall’ufficio studi della Cgia, quella relativa agli “impieghi vivi”alle piccole imprese, quelle con meno di 20 addetti. In questa classifica Prato si trova al quindicesimo posto, con un calo dell’8,2%, che però si traduce in minori impieghi per 38,2 milioni di euro, cioè solo una piccola parte di quei 386 milioni che mancano all’appello tra novembre 2024 e novembre 2025. Peggio di Prato, in questa tabella, stanno certamente Como (-11,7%), Aosta (-10,3%) e Pistoia (-9,3%). Dunque, se è vero che complessivamente le piccole imprese in Italia hanno ricevuto 5 miliardi di euro in meno dalle banche, la voragine di Prato si spiega soprattutto coi prestiti non erogati (o non chiesti) dalle imprese più grandi, quelle con più di 20 dipendenti. Ed è probabilmente la spia di una crisi, quella del tessile, di cui ancora non si vede la fine e che sta riducendo la possibilità o la voglia di investimento delle principali aziende. 

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