Il Tirreno

Pontedera

Il ricordo

Felice Laveglia, il dolore dei compagni del 17enne morto sotto al trattore e il messaggio della scuola: «Dobbiamo fare di più per questi ragazzi»

di Paola Silvi

	Felice Laveglia e il trattore che, ribaltandosi, ne ha causato la morte
Felice Laveglia e il trattore che, ribaltandosi, ne ha causato la morte

Montopoli, incredulità all’Ipsia Pacinotti per l’incidente costato la vita al diciassettenne. La preside Missaggia: «I giovani entrano presto nel mondo del lavoro, ma il contesto non riesce a trasmettere loro il senso del pericolo»

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MONTOPOLI. La mattina dopo più delle parole racconta il silenzio. Quello dello stupore, dell’incredulità della tragedia. Quello del dolore. L’Ipsia Pacinotti si ferma. «Sono senza parole». «Non volevamo crederci». «Ancora non ho realizzato». I compagni di Felice Laveglia della classe terza Mtb, dell’indirizzo meccatronica, hanno l’angoscia stampata in volto. Non si danno pace neppure gli amici di una vita, cresciuti con lui in quelle campagne che Felice amava tanto, tra Montopoli e Chiecina, località nel comune di Palaia.

Ieri il suo banco era vuoto e la sua risata non riecheggerà più tra le mura di quell’aula che ogni mattina per tre anni l’ha accolto tra i banchi di scuola. È la preside Maria Giovanna Missaggia che, con estrema delicatezza, prova a rompere la sofferenza per lasciare spazio al ricordo. «Felice era un ragazzo dolce, affettuoso, scherzoso. Era arrivato da noi come un giovanissimo allievo vivace – racconta – ed era diventato consapevole, pacato. In lui non c’era traccia di trasgressione e supponenza. Sempre rispettoso con tutti, con i compagni e i docenti».

Da quando la notizia della sua morte, inaspettata e atroce, ha fatto il giro delle chat, nella tarda serata di lunedì, i ragazzi hanno affidato ai social i loro primi saluti. E gli ultimi abbracci. Qualcuno è andato anche sul posto dell’incidente tanto l’episodio sembrava irreale. «Impossibile che sia successo proprio a lui», ripetono come un mantra. A lui che conosceva quei campi da sempre, che adorava stare a contatto con la natura, che passava i pomeriggi a portare al pascolo le pecore, a raccogliere la legna, ad aiutare nei piccoli lavoretti quotidiani. Che qualcosa sia andato storto tra quei sentieri, immersi nel verde, che avrebbe percorso anche a occhi chiusi, è un’assurdità che nessuno delle persone che conosceva Felice avrebbe mai potuto mettere in conto. «Non è giusto – aggiungono altri – era un ragazzo d’oro». Una vita spezzata a 17 anni non trova un senso.

«I ragazzi – continua la dirigente scolastica – sono sconvolti, devastati di fronte a questo dramma. Ci stringiamo alla sua famiglia e ci sentiamo profondamente vicini al loro dolore». Anche la psicologa della scuola è intervenuta già nei primi minuti della mattinata di ieri per affrontare con i ragazzi e con i professori la commozione e un lutto che toglie le forze e appanna gli occhi di lacrime. «Lo ricordo con gran simpatia – aggiunge Missaggia – e non si tratta di retorica. Era uno studente corretto ed educato». Felice di nome e di fatto, chissà quante volte i suoi amici gliel’avranno detto. Pure il Villaggio scolastico, dove in pochissimo tempo l’eco della vicenda si è diffusa, sembra sospeso tra lo choc e il rispetto per i familiari, le sorelle, i compagni di classe.

Ma mentre si cerca un sollievo ancora lontano, dalla morte di Felice emergono questioni su cui riflettere. «Bisogna portare l’attenzione – spiega la preside – anche sui problemi legati al divario sociale. I nostri ragazzi, quelli che frequentano il nostro istituto, entrano precocemente nel mondo del lavoro senza che il contesto degli adulti riesca a trasmettere loro il senso del pericolo». Manca un paracadute indispensabile per allontanare i rischi, i pericoli dai risvolti funesti. Il diciassettenne è stato trovato senza vita sotto al trattore ribaltato. Così, al di là dei motivi che hanno spinto il ragazzo, amante delle moto e dei motori, a salire su quel mezzo, è l’azione in sé che spinge a considerazioni più ponderate. «In una società pervasa da mentalità e atteggiamenti lontani dalla sicurezza e dalla tutela delle persone trovo fuori luogo e privo di scopo andare a proporre riforme scolastiche che vorrebbero togliere un anno di studio nei nostri percorsi tecnici e professionali. È aberrante – conclude la preside – che rispetto a questi episodi, che ormai abbiamo capito non essere una casualità statistica, ma esempi di attività comunque attinenti al lavoro, l’altra faccia della medaglia possa anche solo prevedere delle ipotesi di riduzione scolastica, dove invece servirebbe l’esatto contrario. Occorrerebbe aumentare la cultura della protezione e dei meccanismi di salvaguardia personale. I giovani si affacciano prematuramente nei settori lavorativi rispetto alla capacità che ha il sistema produttivo ma anche quello scolastico di trasmettere e impartire conoscenze, competenze e approfondimenti adeguati sulla sicurezza».l

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