Pisa, incubo al Santa Chiara: 28enne semina il panico nel reparto – Era stato arrestato quattro mesi fa
L’allarme del Nursind: «Pazienti del genere dovrebbe essere in una Rems»
PISA. A maggio fu arrestato dopo una lunga serie di comportamenti violenti e aggressivi nel confronto del personale del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale di Santa Chiara: un’escalation che culminò con la terribile frase «vi faccio fare la fine della Capovani». A distanza di quattro mesi il problema si ripropone. Perché l’uomo, un 28enne originario di Pontedera, ha effettuato altri periodi di ricoveri nella struttura del Santa Chiara (intitolata proprio alla psichiatra uccisa da Gianluca Paul Seung nella primavera del 2023) continuando a comportarsi in maniera minacciosa nei confronti del personale.
La denuncia del sindacato Nursind
Tra coloro che hanno sollevato il problema, chiedendo condizioni di maggior sicurezza per i lavoratori del reparto, c’è Daniele Carbocci, segretario del sindacato Nursind Pisa: «Purtroppo, dopo quanto avvenuto nei mesi scorsi, non ci si è mossi per risolvere la situazione», spiega Carbocci.
Il nodo della pericolosità e la questione Rems
Che precisa come la situazione sia anche più grave e vada ben oltre il caso singolo. E il nodo della questione sta nella decisione su dove collocare pazienti con profilo di pericolosità spiccato. «Ormai da tempo – spiega infatti il sindacalista – alcuni dei pazienti ricoverati nella struttura sono a tutti gli effetti soggetti che dovrebbero essere ricoverati nella Remsa di Volterra data la loro pericolosità sociale». La Rems è la “residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza”: una struttura nata dalle ceneri dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari che dovrebbero ospitare gli autori di reato con problemi psichici o considerati socialmente pericolosi. Dovrebbero, perché i posti sono limitati e spesso queste persone finiscono negli “ordinari” reparti ospedalieri.
Pazienti autori di reato e aggravamento della situazione
«Inoltre spesso – continua Carbocci – si trovano ricoverati pazienti autori di reato che stanno scontando la pena ai domiciliari. E stiamo parlando di reati importanti, omicidi per esempio. Nonostante l'impegno di tutta l'équipe la situazione negli ultimi tempi si è notevolmente aggravata in termini di numeri e di pericolosità». Ci sono poi episodi di «minacce al personale e alle loro famiglie considerato che conoscono i nomi e cognomi e riescono a sapere persino le targhe delle auto».
La richiesta di intervento e il ruolo delle forze dell’ordine
Carbocci chiama in causa anche le forze dell’ordine: «Ciò che aggrava ulteriormente il quadro è la totale assenza, in molti di questi casi, della presenza e del presidio della PoliziaPenitenziaria. Il personale sanitario si trova così a gestire da solo , senza le necessarie tutele e competenze di sicurezza, soggetti che richiederebbero ben altri regimi di sorveglianza e percorsi di cura dedicati. Nonostante le molteplici segnalazioni inviate al portale dell'azienda deputato a raccogliere le denunce di aggressioni, dopo referti medici perché molti colleghi sino dovuti ricorrere alle cure del Pronto soccorso e dopo molte richieste di trasferimento ad altri reparti di molti infermieri stanchi della situazione, l'azienda non ha messo in atto nessuna tutela del personale. Dopo la morte della dottoressa Capovani, la logica avrebbe consigliato di garantire con ogni mezzo la tutela del personale, mentre come ben sappiamo le guardie giurate, benché all'ingresso del reparto, non hanno nemmeno la possibilità di intervenire dentro per bloccare i malintenzionati. La situazione è ormai ai limiti e serve pertanto un intervento urgente di tutte le istituzioni per mettere in sicurezza il personale».
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