Pisa, muore dopo l’operazione per un’infezione: l’intervento, la tragedia e cosa è stato scoperto
La vicenda della 66enne abruzzese finisce davanti al Tribunale civile: la perizia dei consulenti, le conclusioni del giudice e le responsabilità organizzative attribuite all’ospedale dopo la morte avvenuta nel 2020
PISA. Era arrivata a Pisa per una revisione del suo defibrillatore cardiaco interno. La situazione, però, era peggiorata e alla fine la signora era morta per una grave sepsi. Una tragedia difficile da accettare da parte del marito e dei figli che, rappresentati dall’avvocato Berardino Terra, hanno presentato un ricorso contro l’Aoup (Azienda ospedaliero universitaria pisana, ndr) e – in primo grado – hanno ottenuto un risarcimento complessivo di oltre 600mila euro.
Il ricovero e l’aggravarsi delle condizioni
La donna, una 66enne di origini abruzzesi, a fine agosto 2020 si era rivolta all’ospedale di Cisanello per un intervento chirurgico di revisione del suo defibrillatore cardiaco interno che le era stato precedentemente impiantato. Durante il suo ricovero in cardiologia, però, veniva rilevata una condizione peggiore del previsto, con la necessità di sottoporsi a un intervento chirurgico di valvuloplastica. L’operazione aveva avuto luogo il 21 settembre, ma nei giorni successivi di degenza le condizioni della donna si aggravavano, fino ad arrivare alla morte il 2 ottobre per una sepsi che aveva portato a una sindrome di disfunzione multiorgano fatale.
Le accuse dei familiari
Secondo il ricorso dei familiari, la tragedia era stata causata dalla malpractice medica che aveva portato all’insorgenza dello choc settico post operatorio.
La difesa dell’Aoup
Sull’altro versante, l’azienda ospedaliera ha sostenuto che la sepsi da Morganella Morganii era da ricondurre a un «traslocazione intestinale favorita dal rallentamento del transito intestinale successivo all’intervento»: quindi una causa “interna”. Inoltre – ha sostenuto l’Aoup – l’infezione era scomparsa con l’utilizzo di antibiotici e la morte della signora sarebbe stata dovuta alle «già gravi e permanentemente compromesse condizioni cardiocircolatorie riferibili alla patologia cardiaca di base».
La decisione del giudice
Il giudice del Tribunale civile di Pisa, però, non ha avallato questa tesi. Sulla base della perizia di un collegio di consulenti, infatti, ha ritenuto che l’infezione era stata contratta tramite i cateteri venosi e arteriosi utilizzati in ospedale. E – circa la questione degli antibiotici – il giudice scrive che «nonostante la corretta variazione nei farmaci somministrati, la setticemia era progredita fino a una situazione di irreversibilità» e che «la negatività delle emocolture certificasse soltanto l’attività dell’antibiotico ma non l’eradicamento dell’infezione».
Responsabilità organizzativa dell’ospedale
La sentenza precisa anche che va esclusa «la sussistenza di profili di responsabilità dei medici coinvolti nelle operazioni di cura e assistenza della paziente». La questione, dunque, sta nel «difetto di organizzazione direttamente ascrivibile all’azienda ospedaliera, indipendentemente dall’operato dei suoi sanitari». Secondo i giudici, l’Aoup non ha fornito la prova liberatoria di aver fatto il possibile per evitare l’episodio: «Si è limitata ad allegare cospicua documentazione, la quale non dimostra peraltro, in modo sufficientemente puntuale, l’avvenuta affettiva adozione nel presidio ospedaliero e nel reparto in cui la signora era ricoverata».
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