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Il processo

Elba, uccise la madre con un mix di farmaci: sentenza annullata per la seconda volta

di Stefano Taglione
La Corte di Cassazione
La Corte di Cassazione

La Cassazione ha di nuovo rinviato il caso alla corte d'appello di Firenze. Per Maria Cristina Nuccetelli, la cui ultima condanna (ora annullata) è stata a nove anni di reclusione, la difesa chiede l’infermità totale. Ha ammazzato la mamma novantenne, Elisa Fidanza, in auto davanti alla parrocchia di Carpani, a Portoferraio. La donna era malata e la figlia voleva «che Gesù ci accogliesse»  

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PORTOFERRAIO. La Cassazione annulla la sentenza per la seconda volta. I giudici supremi, nei mesi scorsi, hanno nuovamente rinviato in appello il processo per omicidio, cancellando l’ultima pronuncia, quella della condanna a nove anni di reclusione, tre in meno rispetto alla prima sentenza di colpevolezza decisa a Firenze nel secondo grado (anch’essa annullata). La vicenda giudiziaria di Maria Cristina Nuccetelli, la donna che il 12 marzo del 2020 uccise la madre novantenne Elisa Fidanza con un mix di farmaci di fronte alla parrocchia di Carpani, dopo oltre sei anni non è ancora finita. Dopo la sentenza d’appello (la seconda) e il successivo ricorso della difesa, la Cassazione ha infatti dato ragione a quest’ultima, rappresentata dall’avvocato Giuseppe Rombolà, che chiede il riconoscimento della totale infermità mentale della donna e un nuovo rinvio alla corte fiorentina. Il punto centrale resta sempre lo stesso: capire se la donna, oggi sessantaseienne, al momento del delitto fosse completamente incapace di intendere e di volere. Una questione sulla quale, fin dall’inizio del dibattimento, si sono confrontate perizie psichiatriche con conclusioni opposte.

L’omicidio della madre

Era il 12 marzo 2020, pochi giorni prima dell’inizio del lockdown. Nuccetelli era con la madre sulla sua auto e si era fermata nel piazzale davanti alla chiesa di San Giuseppe, a Carpani. Elisa Fidanza, 90 anni, quando sono arrivati i soccorsi era già morta. La figlia era invece priva di coscienza al posto di guida, dopo aver assunto a sua volta farmaci. A dare l’allarme erano stati alcuni passanti, che avevano notato la macchina con le due donne immobili. Sul posto erano arrivati i carabinieri e i soccorritori della Croce Verde e del 118. Per Nuccetelli era iniziata una corsa in ospedale: i sanitari erano riusciti a salvarla. Fin dai primi momenti la figlia aveva ammesso di aver somministrato alla mamma la dose letale di medicinali e di aver poi tentato di togliersi la vita. Il movente, avrebbe spiegato, era legato alla sofferenza dell’anziana, gravemente malata e non più autonoma, di cui si era sempre presa cura. Agli atti del processo era finita anche una lettera scritta da Nuccetelli quando era ancora ricoverata in ospedale. «Intendevo morire con lei, non ucciderla», aveva scritto, spiegando di aver cercato di «liberare lei, me e mio marito da questa vicenda». E ancora: «Ero stremata, delusa, dispiaciuta e disperata per non aver modo di alleviare le sofferenze». «Volevo che Gesù ci accogliesse», le sue parole.

Le tre perizie

Nel corso del procedimento erano state disposte tre valutazioni psichiatriche. Il dottor Enrico Malotti, incaricato dal giudice per le indagini preliminari, aveva ritenuto Nuccetelli totalmente incapace di intendere e di volere. Alla stessa conclusione era arrivato Alessandro Milanfranchi, consulente della difesa, secondo il quale la grave depressione della donna si era aggravata fino a sfociare in quello che viene definito «delirio di rovina». Di parere diverso il professor Rolando Paterniti, incaricato dalla procura. Pur riconoscendo il grave stato depressivo, il medico aveva escluso che questo fosse arrivato al punto di determinare un delirio. Per il consulente, dunque, Nuccetelli era capace di intendere e di volere quando aveva somministrato i farmaci alla madre e aveva poi tentato il suicidio. La prima sentenza, pronunciata dalla corte d’assise di Livorno, aveva sposato questa seconda ricostruzione. Nuccetelli era stata condannata a 14 anni di reclusione per omicidio volontario, con il riconoscimento delle attenuanti prevalenti.

L’appello

La difesa aveva impugnato la sentenza e il processo era arrivato davanti alla corte d’assise d’appello di Firenze. I giudici avevano ascoltato nuovamente i medici e riesaminato il nodo della capacità di intendere e di volere. La corte aveva riconosciuto alla donna una semi-infermità mentale, modificando quindi la valutazione compiuta in primo grado e riducendo la pena. La condanna era scesa da 14 a 12 anni di reclusione. Anche su questa decisione Rombolà aveva presentato ricorso. Il successivo passaggio in Cassazione aveva portato all’annullamento della pronuncia di secondo grado e alla necessità di un nuovo giudizio davanti alla corte d’assise d’appello di Firenze, chiamata nuovamente a stabilire se Nuccetelli fosse imputabile e in quale misura, con un altro collegio ovviamente. La decisione: ulteriore riduzione a nove anni. Da qui, però, il nuovo ricorso alla Suprema corte con la richiesta della totale infermità mentale, che è stato accolto. Ora, in attesa delle motivazioni, il procedimento ripartirà da Firenze, col secondo grado.

La sentenza

Il caso, dunque, a oltre sei anni dalla morte di Elisa Fidanza, resta ancora legato alla valutazione dello stato mentale della figlia nel momento in cui compì il gesto. Da una parte ci sono le due perizie che hanno individuato una totale incapacità, dall’altra quella della procura che ha escluso il delirio e ritenuto la donna capace di intendere e di volere. Nel mezzo una condanna a 14 anni in primo grado, la riduzione della pena a 12 anni in appello (poi a nove) e, intervallati, i due annullamenti della Cassazione. E ora verrà celebrato un nuovo processo d’appello.

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