Il Tirreno

La storia

Lavacchio, 16 anni dopo la casa è ancora sotto la frana: lì morirono madre e figlio di due anni

di Melania Carnevali

	Antonio Guadagnucci davanti alla casa (foto Cuffaro)
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Antonio Guadagnucci davanti alla casa (foto Cuffaro)

Il racconto di Mattia Guadagnucci, che la notte del 31 ottobre 2010, riuscì a salvarsi: «Mi promisero di realizzarci un parco per i bimbi»

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MASSA. Pioveva a dirotto, quella notte. Un nubifragio incessante scaricò sul territorio oltre 200 millimetri di pioggia in poche ore e la terra non resse. A Lavacchio, un fronte fangoso largo circa 20 metri si staccò dal Monte Brugiana e sommerse tre case. In una riuscì ad abbattere le pareti e a travolgere la camera da letto dove Nara Ricci, 39 anni, e il figlio Mattia Guadagnucci, di appena due anni, stavano dormendo. Furono trovati il giorno dopo, ancora abbracciati, ma senza vita. Il marito, Antonio Guadagnucci, si salvò perché in quel momento era in bagno.

«Non era mai successo che mi alzassi dal letto per andare in bagno di notte – racconta oggi a Il Tirreno – . E anche mia figlia più grande si salvò per un caso: quella notte era fuori per la festa di Halloween. Mia moglie non voleva che andasse, invece quella festa le ha salvato la vita».

Era il 31 ottobre 2010. Il monte si staccò intorno alle 22,30. Oggi, lassù, in via Bergiola Nuova, nulla è cambiato. La casa è sempre lì, distrutta, sotto quel masso di fango e detriti che uccise due persone. «All’epoca il Comune mi aveva detto che la casa sarebbe stata demolita, che i detriti della frana sarebbero stati portati via e che al suo posto sarebbe stato realizzato un parco dedicato ai bambini e agli anziani. Invece sono aumentati soltanto i rovi», racconta Guadagnucci.

Ricominciare a vivere, per lui, come per la figlia, non è stato facile. «Ho imparato a convivere con il dolore. Devo ringraziare i terapeuti che mi hanno aiutato, diversi nel corso degli anni. Mi hanno insegnato a sopravvivere, a gestire le emozioni e, a volte, anche a scappare da quello che è successo. Perché se ti concentri troppo, soprattutto in questi periodi, rischi di fare danni seri al tuo cervello. È servito andare in terapia, avere amici e colleghi veri e sinceri, avere passioni mie personali, come la caccia, i funghi, sciare, andare in bici. Faccio di tutto, basta restare impegnato».

Quella casa, per la quale per un periodo ha dovuto anche pagare l’Imu, è stata donata al Comune. «Mi avevano assicurato che sarebbero stati tolti i detriti della frana e che al suo posto sarebbe stato realizzato un parco. Invece sono aumentati soltanto i rovi. C’è ancora la frana sopra la casa», continua Guadagnucci. «Io ho la casa di mia mamma lì sopra e ogni tanto ci vado. È brutto vederla in quelle condizioni. Non so se la responsabilità sia del Comune o della Regione. Nel frattempo si sono succedute diverse amministrazioni: è cambiata la giunta, sono cambiati i sindaci. Ma a nessuno viene in mente di fare qualcosa? Magari si sono dimenticati di quello che è successo, ma chi ci passa ogni giorno, chi l’ha vissuto, non può dimenticarselo. E questo è uno sfregio al nostro dolore».

L’iter giudiziario sulla tragedia di Lavacchio è stato estremamente complesso, caratterizzato da clamorosi ribaltamenti nei diversi gradi di giudizio, e si è concluso senza condanne definitive. Il rinvio a giudizio riguardava sei persone, accusate a vario titolo di omicidio colposo plurimo e disastro colposo.

La tesi della Procura si concentrava sul fatto che la pericolosità e i segnali di instabilità del versante del Monte Brugiana fossero noti o quantomeno prevedibili e che non fossero state adottate le dovute cautele. Tra gli imputati figuravano dirigenti della Provincia, un geometra e il tecnico di una ditta. Tuttavia, prima che i giudici potessero analizzare nuovamente nel merito le responsabilità civili e penali, è intervenuta la prescrizione dei reati, per il decorso dei termini massimi di legge dal giorno del disastro.

Quella notte, peraltro, Nara e il piccolo Mattia non furono le uniche vittime. Poco prima, intorno alle 20.30, un altro uomo di 45 anni, Aldo Manfredi, fu travolto dal fango e dai detriti vicino alla sua casa di Mirteto. Anche in quel caso il procedimento giudiziario ha dovuto fare i conti con i tempi della giustizia e si è concluso con l’estinzione dei reati per sopraggiunta prescrizione dei termini massimi di legge, lasciando l’evento senza una condanna definitiva.

«Non è stato facile, per niente, andare avanti – continua Guadagnucci – . Sia per me sia per mia figlia. Soprattutto per lei. Aveva una sintonia bellissima con la mamma, come se fossero state sorelle. Io ero il papà burbero, mentre la mamma era quella amica. Ognuno aveva il suo ruolo nella famiglia. Lei, poi, aveva desiderato tanto il fratellino, che è arrivato dopo 13 anni. Lo voleva tanto e ci era molto legata».

Adesso quella bambina ha 30 anni e, dopo gli studi in psicologia, ha iniziato a lavorare con i bambini. Lui è andato in pensione ad aprile. Sembrano passati decenni da quella notte, ma quella casa continua a riaccendere i ricordi. «Non chiedo tanto. Solo che chi doveva intervenire per rimuovere i detriti e realizzare qualcosa di bello lo faccia. È un modo per lanciare anche un messaggio di speranza e non rimanere ancora nel dolore».
 

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