Economia
Massa, trasfusione infetta durante un’operazione: ministero della Salute condannato a risarcire un milione di euro
La vittima prese l’epatite C e sviluppò anche un tumore al fegato
Massa. Un’operazione al cuore fu l’inizio di un calvario iniziato nel 1978 e concluso quarant’anni dopo con un decesso arrivato a chiudere a 65 anni una vita segnata dalle malattie. Colpa di una trasfusione di sangue infetto che stravolse l’esistenza di una donna alla quale il destino riservò anche un tumore al seno e uno pure al fegato, probabile diretta conseguenza dell’epatite C contratta all’ospedale Civile di Massa. Per quella trasfusione di sangue, avvenuta il 9 novembre 1978, e il collegamento provato dai consulenti del Tribunale tra errore e morte della paziente, i familiari hanno citato in giudizio il ministero della Salute ottenendo la condanna a un risarcimento di circa un milione di euro. A fare causa sono stati marito, figlie, nipoti e sorella della vittima. L’origine di tutto fu il sangue infettato con l’Hcv. Un effetto scatenante che dall’epatite cronica portò alla cirrosi, all’epatocarcinoma e, infine, alla morte il 23 febbraio 2018. Il Tribunale di Genova ha respinto le tesi del ministero sull’assenza del nesso causale tra trasfusione, infezione Hcv e decesso della paziente. Aveva sostenuto, senza successo, che la struttura in cui avvenne la trasfusione fosse un autonomo centro immunotrasfusionale, responsabile in proprio. E che niente era dovuto dal ministero. Dopo l’intervento al cuore nel novembre 1978, la signora venne ricoverata il 2 gennaio 1979 nello stesso ospedale per “epatite acuta itterica”, mai diagnosticata in precedenza, con ulteriore evoluzione in epatite cronica Hcv come accertato nei numerosi esami sostenuti negli anni a seguire. «La sequenza temporale (trasfusione – insorgenza epatite acuta in poche settimane – cronicizzazione Hcv) è perfettamente compatibile con i tempi di incubazione e di evoluzione dell’infezione da HCV secondo le acquisizioni scientifiche, come ricordato dai Ctu» si legge nella sentenza. Il giudice ha ritenuto, quindi, accogliendo le conclusioni della Ctu, «che l’infezione da Hcv sia da ricondurre con elevata probabilità qualificata alle emotrasfusioni praticate nel novembre 1978». Non bastasse l’epatite C contratta in ospedale, nel 2017 alla donna venne diagnosticato un epatocarcinoma su fegato cirrotico Hcv-correlato. «È nozione scientificamente acquisita – recepita anche dalla giurisprudenza in materia di sangue infetto – che la cirrosi epatica da Hcr rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo di epatocarcinoma primitivo, con un’incidenza annua significativa - ancora la sentenza -. La Ctu conferma che il decorso clinico della de cuius rientra pienamente in tale paradigma patogenetico». Spettava al ministero dimostrare che, all’epoca delle trasfusioni del 1978, erano state concretamente attuate tutte le misure di prevenzione allora esigibili. Dai controlli sulla funzionalità epatica dei donatori alla limitazione dei pool, dai controlli sul sangue importato all’effettivo rispetto delle direttive da parte dei centri trasfusionali. «Le allegazioni ministeriali restano invece sul piano meramente normativo e programmatico, senza riscontri specifici sull’operato del centro di Massa» chiude il Tribunale che mette in fila la catena delle patologie innescate dall’errore originario in sala operatoria: la trasfusione del 1978 è causa (quantomeno concausa efficiente e non trascurabile) dell’infezione da Hcv; l’Hcv ha determinato la cirrosi epatica; la cirrosi ha a sua volta determinato l’epatocarcinoma; l’epatocarcinoma, in contesto di insufficienza epatica, ha causato la morte della paziente. Una sequela di patologie che accompagnarono la donna fino alla morte. Per le quali il ministero della Salute, a causa degli omessi controlli, è stato condannato a risarcire un milione di euro. Pietro Barghigiani
