Lucca, abusi nello spogliatoio: dalle accuse all'assoluzione
Tre quindicenni accusati di violenza sessuale dopo la denuncia del padre di un compagno di squadra
LUCCA. Violenza sessuale subita durante l’attività sportiva. Un reato gravissimo che dal 2023 al 2026 ha visto coinvolti altrettanti ragazzi di 15 anni residenti in Lucchesia e che militavano in un importante settore giovanile della Piana. A denunciarli il padre di un loro coetaneo, compagno di squadra, che sulla base del racconto fornito del figlio ha accusato i minorenni di aver compiuti atti persecutori, di bullismo e sessuali provocandone un profondo stato di prostrazione. In buona sostanza, stando all’accusa, il ragazzo sarebbe stato continuamente deriso e insultato dai coetanei che gli avrebbero abbassato i pantaloncini con uno di loro – assistito nell’udienza davanti al tribunale dei minori di Firenze dagli avvocati Elena Libone e Francesco Guastapaglia – reo di averlo toccato nelle parti intime contro la sua volontà.
Tenuità del fatto
Ma nel corso dell’udienza davanti al collegio (un presidente, un giudice relatore e due giudici onorari) il reato di violenza sessuale, che sarebbe avvenuto all’interno dello spogliatoio della squadra di calcio in cui militava la vittima, visionate le carte è stato derubricato dal pubblico ministero Giuseppina Mione in atti persecutori. Alla fine poi il collegio ha assolto, in udienza predibattimentale, due dei tre imputati per tenuità del fatto. Per quanto riguarda il terzo – un ragazzo quindicenne residente nella Piana – su cui ricadeva l’accusa più grave, quella di aver toccato il coetaneo nelle parti intime, ha voluto dimostrare la propria totale estraneità alle contestazione che gli erano state mosse scegliendo di essere giudicato dal tribunale. Al termine del dibattimento i giudici lo hanno assolto con formula piena «per non aver commesso il fatto». In buona sostanza è emerso nitidamente dagli atti e dagli interrogatori che il comportamento dei tre quindicenni era riconducibile al clima goliardico che si crea interno allo spogliatoio di una squadra di calcio dove scherzi e sfottò sono una prassi consolidata e dove – stando anche all’allenatore, ai dirigenti e al presidente – non si erano mai verificati episodi di violenza o a sfondo sessuale.
Il referto ospedaliero
La sera della stessa giornata (aprile 2023) delle presunte molestie sessuali, il padre del minorenne accompagnò il figlio al pronto soccorso per sottoporsi a visita medica e al momento delle dimissioni venne rilasciato un referto nel quale si indicava testualmente “violenza sessuale subita in attività sportiva” che poteva indurre a credere una valenza probatoria del documento. In realtà, dalla lettura integrale del referto medico e del verbale del pronto soccorso, si evince come la diagnosi venga formulata, non da riscontri nelle parti intime interessate – dove dall’esame effettuato no n risultano ecchimosi o escoriazioni – ma dalle narrazioni raccolte da parte del padre del minorenne e dallo stesso che indica i tre nomi dei compagni di squadra autori della presunta violenza. Ergo: la diagnosticata “violenza sessuale subita in attività sportiva” era stata certificata sulla scorta del narrato del padre della persona offesa.
Ricordi contraddittori
Nel corso dell’udienza camerale i passaggi salienti sono risultati lacunosi e contraddittori con notevoli discordanze. Le offese e gli scherzi dei tre compagni di squadra integranti le molestie reiterate si sarebbero concentrata su un unico episodio nel quale il principale imputato si lamentava con la vittima, durante una partita di allenamento, ritenendo non corretto il suo modo di giocare. Oltretutto la presunta parte lesa non avrebbe subito passivamente gli insulti, ma come riferito da altri compagni di squadra e dirigenti, avrebbe offeso in modo pesante in particolare le mamme dei compagni che lo criticavano. Per i giudici il quindicenne non era succube delle angherie o delle condotte sgradevoli degli altri ragazzi della squadra, ma aveva una propensione alle battute pesanti verso i colleghi del team. Un atteggiamento che lo aiutava a integrarsi nel gruppo. l
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