Acqua contaminata ad Antraccoli, monta la protesta: «Vogliamo risposte». E c’è chi per una doccia deve andare fino a Barga
Sostanze nocive nei pozzi, i cittadini incontrano il Comune. Segnalati anche casi di congiuntiviti e dermatiti: «Ho gli occhi irritati da circa quattro mesi». Da anni si attende la possibilità di allaccio alla rete pubblica
LUCCA. «Signora, è stata emessa un’ordinanza in via cautelativa: non può più usare l’acqua di casa sua». La notifica – per voce di un agente incaricato – le è arrivata venerdì scorso, ma lei aveva smesso di aprire i rubinetti per bere e cucinare già da fine novembre, quando l’odore di metano che si sprigionava rendeva l’aria irrespirabile. A voler essere precisi, la sostanza che poi è stata trovata nelle acque di alcuni pozzi privati nella zona di Antraccoli si chiama tetraidrotiofene, comunemente utilizzata come odorizzante del gas metano, «con un profilo tossicologico di irritante cutaneo e respiratorio. Pur non essendo attualmente previsti limiti normativi specifici per la presenza di tale sostanza nelle acque a uso umano, la stessa Usl ha ritenuto l’acqua contaminata da considerare non potabile». Così ha spiegato il Comune.
Le segnalazioni
Ma che qualcosa non andasse diverse famiglie – circa una ventina, anche se poi i campionamenti hanno riguardato sette abitazioni – lo avevano già intuito da tempo in quell’area tra via Fonda e via Romana, al confine con il Comune di Capannori. C’è chi giura di aver sentito i primi odori sospetti ad agosto; poi il problema si è rafforzato a novembre. Fu allora che il Comune avviò l’iter di controllo con un primo sopralluogo immediato.
In casa Ramaro, però, per circa due mesi e mezzo si sono dovute usare le taniche di acqua da dieci litri. «Ce le hanno prestate alcuni amici: erano pesantissime, ci hanno dovuto aiutare a trasportarle perché in famiglia siamo quattro donne», dice Maura Ramaro, che abita in via Fonda. A casa sono lei, la mamma e le due figlie e fanno parte di quei sette nuclei nelle cui abitazioni l’Arpat ha effettuato il campionamento. «Mi ricordo il giorno preciso, era il 12 gennaio», dice Ramaro. Dopo i primi risultati, venerdì scorso è scattata l’ordinanza del sindaco, ma loro hanno convissuto con quell’odore pungente per settimane. Ramaro si ricorda anche il giorno in cui l’ha sentito per la prima volta. «Le mie figlie lo avevano avvertito da prima. Io no. Poi mi è arrivato di colpo, mentre stavo facendo la doccia», racconta. A casa loro l’acqua corrente veniva usata per bere e cucinare – «qui la fonte è purissima» – fino a fine novembre. Poi basta, l’odore era insopportabile. Però «per lavarci – aggiunge – abbiamo dovuto continuare. Non sapevamo come fare altrimenti, usare l’acqua delle taniche era impossibile».
A Barga per fare la doccia
Una vicina va dai suoi genitori fino a Barga, chilometri e chilometri solo per farsi la doccia. Un’altra cittadina, che abita a Santa Margherita (siamo già nel Comune di Capannori, dove si stanno segnalando i primi casi), precorre «venti minuti di strada ogni volta per una doccia o una lavatrice: vado a casa dei miei», sintetizza la donna. «È insostenibile», sottolinea Ramaro. Così come era «insostenibile», a casa sua, aprire il rubinetto della doccia. «Ogni volta che si metteva l’acqua calda – racconta Ramaro – l’aria si saturava, come se uscisse il metano. Una situazione indecente. Però dovevamo pur lavarci. Il problema, quello che ci preoccupa, è che abbiamo respirato i vapori, sono venuti a contatto con la nostra pelle». Poi, una volta fuori la doccia, «bisognava consumare mezza boccetta di profumo per levarsi di dosso l’odore nauseante che restava». Pochi giorni fa la famiglia Ramaro è riuscita a fare l’allaccio all’acquedotto e così, senza l’acqua del pozzo, la situazione è migliorata. «Da allora – ammette Ramaro – sono più tranquilla, anche se i timori si estendono alla tubatura». E i timori riguardano anche la propria salute: «Da quattro mesi – dice Ramaro – ho una congiuntivite che non mi passa. È iniziata con gli occhi sempre rossi, mi prudevano. Non è virale né batterica, perché ho fatto i tamponi». Altre due signore, residenti sempre nella stessa zona, hanno invece delle dermatiti. Non c’è alcuna prova che certifichi una correlazione tra questi problemi di salute e quanto riscontrato nell’acqua, però qualche timore – anche vista la tempistica – c’è, ammettono i residenti.
Il comitato
E ieri, durante l’incontro organizzato dai cittadini – che si sono anche costituiti come Comitato – nella sala comunale di Antraccoli, traboccante di persone (oltre una cinquantina), il responsabile di Igiene e sanità pubblica dell’Asl Gregorio Loprieno ha spiegato: «Questa sostanza non è cancerogena, ma le principali criticità comportano possibili irritazioni cutanee e respiratorio». Nessun allarme per gli orti: «La sostanza è insolubile, non si scioglie, è difficile che arrivi al terreno». Tradotto: nell’acqua che non emana odori, non è presente.
Una delle domande che è emersa con più forza durante l’incontro di ieri era proprio questa, e cioè i possibili danni sulla salute. Oltre all’assenza di un allaccio all’acquedotto. E se qualcuno è riuscito a farlo, altri stanno ancora aspettando. «Sono vent’anni che aspettiamo l’allaccio», commenta una cittadina.
«C’è anche chi deve bucare tratti lunghi di viali per portare tubature alle abitazioni. Si tratta di spese non da poco. E chi le sostiene?» è la domanda, naturale, che viene dai cittadini. Per altri ancora, invece, l’allaccio all’acquedotto è «quasi impossibile». In particolare, per tre famiglie a Santa Margherita; in un caso, si “sconfina” nel territorio di Capannori.
Mentre proseguono gli accertamenti delle autorità competenti, si riapre così la questione dell’allaccio all’acquedotto, sollevata da alcuni cittadini tra il 2021 e il 2022, «non presente su molta della via Romana, compresi anche tutti i condomini presenti sul lato nord della via all’altezza di Varrone Pizza, ad esempio, Così come tutto il tratto verso Capannori», ricorda il portavoce del gruppo, Davide De Simone, presente ieri sera. «In quegli anni – ricorda – l’assessore mi disse come la carenza di fondi non rendesse possibile e non ci fosse nessuna possibilità di fare un’estensione dell’acquedotto. Circa 50 metro di tubo potrebbe permettere ad esempio ad oltre 50 famiglie di dotarsi dell’acqua potabile controllata dell’acquedotto».
Le risposte dal Comune
«Ad oggi non so dirvi chi ha commesso il fatto: ci sono delle indagini in corso, con la Procura di mezzo». A dirlo è l’assessora all’ambiente Cristina Consani, che ieri pomeriggio ha partecipato – insieme al vicesindaco Fabio Barsanti e al responsabile dell’Ufficio tecnico – all’assemblea dei cittadini alla sala parrocchiale di Antraccoli, dedicata alla questione dell’acqua contaminata rinvenuta in alcuni pozzi nella zona di Antraccoli, a cui è seguita un’ordinanza comunale di divieto di utilizzo. Sedie tutte piene, persone ai lati della sala fino ad oltre la porta, per avere risposte dall’amministrazione comunale. Soprattutto «su chi è stato: vogliamo sapere da dove è venuta fuori questa sostanza», dicono i cittadini, così come chiedono «che ci venga garantita l’acqua potabile finché tutti non avranno un allaccio all’acquedotto». Ieri Consani ha fatto sapere che «abbiamo avuto un’interlocuzione con Geal per dare priorità agli allacci. E abbiamo anche chiesto un preventivo per un autobotte da utilizzare come soluzione tampone». Si alza in piedi il consigliere d’opposizione Daniele Bianucci: «Solo adesso, dopo quasi tre mesi, l’avete chiesto?». L’opposizione parla anche di «carenze comunicative. I cittadini – sottolinea il consigliere Marco Barsella – non sapeva dell’ordinanza, l’ha letta prima sui giornali». E Barsella avanza una proposta: «Perché non istituire una commissione d’inchiesta in consiglio comunale?». Da parte sua l’assessora ripercorre l’iter attuato da amministrazione e uffici, sottolineando come «da quando ci è arrivata la segnalazione il 25 novembre abbiamo subito mandato i tecnici per un sopralluogo, oltre ad aver richiesto accertamenti e verifiche ad Arpat e Asl, sollecitandole».
