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Barga, assumere manodopera dall’estero? «Un blocco navale con altri mezzi»

di Pietro Barghigiani
Barga, assumere manodopera dall’estero? «Un blocco navale con altri mezzi»<br type="_moz" />

Gli ostacoli affrontati dall’imprenditore Diversi con un lavoratore pakistano

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BARGA. «Uno ci prova a fare le cose in regola, ma il sistema sembra pensato per scoraggiarti».

Leonello Diversi, imprenditore agricolo di Barga, in una lettera a Repubblica offre la testimonianza delle difficoltà incontrate dal titolare di azienda che ha cercato di far venire in Italia un immigrato. Tutto nasce dal “Click day” del decreto flussi, nato per disciplinare domanda e offerta di manodopera dall’estero.

La storia dell’imprenditore risale a due anni fa. Da quando la domanda era stata accettata, passarono sei mesi prima di poter regolarizzare a tutti gli effetti un lavoratore pakistano.

«La richiesta venne fatta a ottobre, ma se il sistema mi dà il libera dopo tutto quel tempo mi mette in difficoltà per la stagione, ne avevo bisogno almeno a febbraio» è la premessa di Diversi che rende la sua esperienza come disagio diffuso per chi si trova nello stesso percorso.

«Amici di Fornaci di Barga conoscevano questo giovane e mi chiesero se avessi avuto bisogno di un operaio – racconta l’imprenditore – . Era appena andato via un lavoratore e dissi che si poteva fare». Parte la richiesta e dopo un mese arriva, via Pec, il nulla osta del ministero sia a Diversi che all’ambasciata italiana in Pakistan a Islamabad.

«La persona che volevo assumere si è recata all’ambasciata per ritirare il permesso, ma non l’hanno fatta entrare – aggiunge – . Dopo numerosi tentativi, aiutato anche da qui, ha dovuto pagare alcune persone esterne all’ufficio. Credo pakistani con entrature nell’ambasciata. E così è stato ricevuto il giorno dopo. Si è imbarcato e poi, a Lucca, aveva 7 giorni per presentarsi in questura. Ha chiesto l’appuntamento. E gli hanno comunicato la data a sei mesi. Nel frattempo, non avendo codice fiscale, non poteva lavorare, né aprire un conto in banca».

Nel momento in cui era stata presentata la domanda, un aspetto garantito era quello del soggiorno del pakistano a casa di una famiglia di Fornaci di Barga, suoi conoscenti. Nessuna condizione di clandestinità, nonostante la situazione di “sospensione” in Italia tra diritti e tutele.

«Solo che era un problema regolarizzarlo – prosegue Diversi – . Così con i nostri consulenti abbiamo adottato la soluzione del codice fiscale provvisorio. L’ufficio del Lavoro ce lo ha accettato, la banca no. E senza conto corrente dovevo pagarlo in contanti. In questo caso gli abbiamo dato assistenza, ma cosa devono fare questi poveri ragazzi per campare, nutrirsi, avere un alloggio? Delinquere? Vagare in città a mendicare o peggio, così poi li possiamo vituperare accusandoli dei peggiori misfatti? A me sembra un blocco navale con altri mezzi».

Scaduti i 12 mesi del contratto, il lavoratore pakistano ha trovato un’altra collocazione in un’impresa edile della zona. Alla fine l’ingresso in Italia dell’immigrato si è tradotto in un posto di lavoro regolare.

«Creo che quello che è successo a me succeda a tanti – conclude l’imprenditore – . Mi pare un modo di scoraggiare le persone ad assumere dall’estero. Poi sentiamo dire che ci sono aziende che fanno venire in Italia anche 150 lavoratori stranieri. E poi? Magari li mettono in una baracca alimentando il rischio del caporalato. È un sistema che così non funziona». l


 

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