Il dolore
Leonardo Pavoletti si ritira dal calcio: il Picchi, la Nazionale e una carriera da bomber – La lettera d’addio e un unico rimpianto
Livornese doc, non ha mai giocato in amaranto: in estate il suo possibile arrivo all’Ardenza ha fatto sognare i tifosi, ma un problema al ginocchio ha reso impossibile il matrimonio
LIVORNO. Una vita a suon di gol. Una carriera a suon di gol. Quella di Leonardo Pavoletti: 149 centri in carriera in 493 partite totali, in tutte le categorie. Dalla Serie D con l’Armando Picchi, fino alla Serie A con Genoa e Cagliari, passando per la Serie C e lo slancio in B che lo ha portato nel grande calcio. La ciliegina sulla torta? Il gol in Nazionale nell’unica presenza con la maglia azzurra. Diciotto minuti più recupero, tanto gli è bastato contro il Liechtenstein, nel 2019 per allungare quel filo rosso che lo ha caratterizzato per tutta la carriera: il gol. Tanti di testa, sfruttando la sua fisicità, da rapinatore d’area di rigore, da bomber vero. Da Livorno a Cagliari, gli estremi del suo viaggio da calciatore, con il Mar Tirreno nel mezzo e un (quasi) addio che mette la parola fine su una carriera che sa di calcio vero. I sacrifici, la gavetta, lo scalino successivo conquistato sempre con sudore e resilienza. La scorza dura di chi non molla mai. Fino a toccare i piani più alti. Perchè il calcio è fatto anche di sogni che si realizzano.
Gli inizi
Livornese, doc. Nel suo accento, nelle amicizie sui Bagni Lido, nella sua famiglia. Babbo Paolo, maestro di tennis a Villa Lloyd e mamma Camilla, dirigente scolastica. Nella sua lettera di addio al calcio, pubblicata sul sito di Gianluca Di Marzio, è proprio “Pavoloso” a definirsi “livornese di scoglio”. «La storia di un “livornese di scoglio”, figlio del mare, dell’ironia e dell’anima popolare della sua città. Se ripenso alla mia vita, le prime immagini che mi vengono in mente sono di me bambino. Le partitelle in cortile con mio fratello, i miei cugini e gli amichetti del condominio. E, soprattutto, le giornate passate al circolo a giocare a tennis. Mio padre era un insegnante. E sì, il calcio non è stato il mio primo sport. Ho iniziato solo qualche anno dopo. Ciò che non è cambiato è lo sguardo di mio padre. È sempre stato un rapporto particolare il nostro. Lui, una persona affettuosa che quando si parlava di sport si trasformava. Competitivo di natura, ha sempre riposto grandi aspettative in me. Ha sempre creduto in me, anche quando io lo facevo meno. Questo, però, significava anche pressioni che all’autostima di un giovane ragazzo non sempre hanno fatto bene. Ma senza di lui non sarei mai arrivato in Serie A».
Il viaggio calcistico parte dal Cantiere Navale Fratelli Orlando, per poi proseguire con l’Armando Picchi a Banditella. Sono gli anni della Serie D per il club biancoamaranto. «Ero in panchina e neanche in un club professionistico, ma nell’Armando Picchi, club di Serie D. Ero in juniores. Difficile pensare di poter diventare il calciatore. In prima squadra ci sono arrivato per un gol segnato di testa, prendendo un pugno in faccia dal portiere. Quel coraggio era stato premiato. L’anno successivo ho segnato 13 gol, prendevo 300€ al mese. Mi sentivo un campione. Vedete, ero abituato alla panchina. Era tutto nuovo per me».
La carriera
Quindi, dopo la Juve Stabia, veste la maglia del Casale Monferrato, prima dell’arrivo a Lanciano. Una delle svolte della sua carriera. Sedici gol in C e il salto in B al Sassuolo dove fa benissimo, meglio ancora a Varese (24 gol in stagione). I neroverdi emiliano, però, non lo ritengono pronto per la Serie A, che otterrà poi con il Genoa. «Una chiamata inaspettata, sorprendente. Sono partito. Una città di mare che viveva di calcio, una rosa che sognava grandi obiettivi. E Gasperini in panchina. Un genio. Anche se dopo tre giorni mi massacrò davanti a tutti con un video tattico per dei movimenti sbagliati. Ero appena arrivato, era impossibile che potessi già averli imparati. Ma a lui non importava. Poi, però, è stato amore». Quindi Cagliari. Amore totale, seconda casa della sua vita. La fascia da capitano e gol di una pesantezza assoluta. Su tutti quello di Bari che valse la promozione in A. «Bari, 11 giugno 2023. Se vinciamo, torniamo in A. Non aspettavo altro, ma Ranieri mi tiene in panchina. Quella maledetta panchina, come quando ero ragazzo. Sono incazzato. Il tempo scorre, 0-0. Entro solo all’89’. Ma la vita me lo ha insegnato, ogni minuto può essere importante. Mi sono allenato per questo. Cross dalla destra, ci arrivo prima di tutti. 0-1, siamo in Serie A. Tutto riassunto in 5 minuti. 5 minuti».
L’addio
Livornese che non ha mai giocato nel Livorno. Ci provò, quando era ragazzino, Miguel Vitulano a portarlo in amaranto. Una segnalazione del “Merendero” che, da osservatore, non fu però ascoltata. Da lì poi la storia con il Picchi e mister Stefano Brondi che lo lanciò nel calcio vero. Biancoamaranto, sì, ma mai l’amaranto della città. Una rarità per un livornese del pallone. Forse l’unico rimpianto che “Pavo” può avere nella sua carriera. In estate il Livorno ha provato a riportarlo a casa, facendo sognare una città intera. I problemi alle ginocchia, però, hanno reso impossibile un matrimonio che sembrava scritto nel destino. Un ultimo ballo, nello stadio di casa.
Segnare il gol numero 150 della carriera, con l’amaranto addosso. Resterà con ogni probabilità un sogno. Ma nel gol numero 149, l’ultimo del suo percorso, c’è comunque tutta la livornesità di Pavoletti. La girata vincente all’Arena Garibaldi di Pisa nel marzo scorso, la palla che gonfia la rete e l’esultanza con la “L” dedicata alla sua città.
Adesso, un nuovo capitolo. «Ho deciso di dire addio al calcio. Anche se una piccola porta la lascio ancora aperta. Chissà, non si sa mai. Ma al momento, sto bene così. È iniziata una nuova pagina della mia vita». Un futuro tutto da scrivere, probabilmente dietro la scrivania, vista l'ammissione al corso per direttori sportivi. «Ogni tanto sono impaziente, vorrei già sapere come andrà, leggere il finale di quella pagina. Ma la vita mi ha insegnato ad avere pazienza. Ho imparato a farlo. A essere un po’ come quel pescatore, nei suoi viaggi in mezzo alle onde. A vivere, perché tutto mi servirà. A rimanere me stesso. Con mia moglie, i miei tre figli. La mia squadra per la vita». Buon vento Leo, livornese di scoglio.
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