Tesori a San Jacopo, il viaggio nel 1700 alla cappella Bacci a Livorno. E dietro l’altare il dipinto del Terreni
All’interno le tombe degli storici imprenditori del vetro e i confessionali d’epoca. Del Chicca: «Noi come gruppo di cittadini cerchiamo con le nostre forze e il tempo che abbiamo di prenderci cura di questo bene»
LIVORNO. Lo sguardo intenso di San Giovanni Battista e quel dipinto che in pochi conoscono, attribuito a Giuseppe Maria Terreni. È dietro all’altare. A parete. Girarsi: le file di piccole panche raccontano messe secolari. Poi il confessionale, è di quelli con lo "sportellino", come usava a quei tempi. E ancora gli stucchi, le tombe della famiglia degli storici imprenditori del vetro nella stanza a lato. La cappella Bacci è uno scrigno settecentesco sanjacopino sconosciuto ai più.
Il viaggio
L’ ingresso è da via Francesco Mimbelli, angolo via della Vecchia Polveriera. Quasi sempre il portone è chiuso: Il Tirreno lo racconta grazie al comitato Valorizza San Jacopo e a Enrico Del Chicca. «Come comitato di cittadini cerchiamo con le nostre forze e il tempo che abbiamo a disposizione, di prenderci cura della cappella e compatibilmente con le nostre possibilità, di organizzarci visite. Avremo bisogno di nuovi volontari. Abbiamo contribuito al restauro del suo tetto», afferma l’ 81enne.
Sono sanjacopini, cittadini attivi, volontari che si prendono cura di questo luogo di culto che fa parte di un complesso storico ben più ampio. Un pezzo di storia cittadina “nascosta” tra il verde e il mare.
È quasi un isolato: oggi è occupato prevalentemente dall’rsa Santa Caterina da Siena, un istituto che getta le sue radici a fine Ottocento per opera di Savina Petrilli e la congregazione delle Sorelle dei poveri di Santa Caterina nata a Siena nel 1873 a seguito del riconoscimento dell’arcivescovo Enrico Bondi. Una storia che, a Livorno, comincia agli inizi del’ 900 quando Petrilli, in visita n città, acquistò la vecchia Villa Bacci (poi Bertagni), al fine di aprirvi un asilo e una scuola per la gioventù povera di San Jacopo.
La storia
Ecco che la storica cappella Bacci era il luogo sacro dell’antica villa. «Questa cappella fu costruita dalla storica famiglia Bacci ad uso degli operai della loro grande e famosa vetreria di via Corsica, qui a San Jacopo», conosce la storia del rione a memoria Del Chicca. Indica la stanzetta attigua alla chiesa: ci sono le tombe dei Bacci. È uno scrigno quella piccola cappella con accesso principale da via Mimbelli, collegata internamente all’istituto da un pergolato di uva fragola, colonnati e un cancello sovrastato da due antichi leoni in pietra coperti dalla vegetazione.
«Giò Batta Bacci di Prato nella prima metà del XVIII secolo - racconta Del Chicca - costruì una fornace di mattoni nei terreni dei Padri Agostiniani e l'ingresso era in via Corsica». E si torna alla villa liberty oggi scomparsa.
«I Bacci avevano una villa situata di fianco all'attuale Hotel Palazzo, alla quale si accedeva dal viale Italia, allora viale Regina Margherita e via Forte dei Cavalleggeri. Fu di proprietà dei fratelli Antonio, Simone e Sebastiano Bacci, i quali fecero costruire l'annessa "cappella" dedicata ai 3 santi che portano questi nomi, ad uso anche degli operai della vetreria che si trovava lì nei pressi». La storia continua. «La villa fu poi ceduta nel 1870 al signor Bertagni», va avanti Del Chicca.
La sede
La villa è la sede dell'istituto delle Sorelle dei poveri di Caterina da Siena. L'istituto aveva le scuole elementari (chiuse nel 1996), si insegnava il catechismo e il lavoro femminile. Dal 1970 è una residenza per anziani. Tornando a Bacci: «Aveva una concessione in privativa della Regia Fornace da laterizi di San Jacopo - chiude Del Chicca - Dopo la sua morte nel 1734, la fornace passò agli eredi: la moglie Caterina e i tre figli giovanissimi Sebastiano, Antonio e Simone». La moglie concesse la fornace ad Anton Domenico Giusti che la trasformò in vetreria: alla morte di Giusti subentrò il figlio Giovanni Tommaso che nel 1754 fallì. «A questo punto la gestione della vetreria fu presa dal figlio minore della vedova Bacci, Simone, di 40 anni che nel 1769 riprese la produzione: la manifattura nel 1782 era registrata ai fratelli Bacci».
L’istituto di Santa Caterina, dopo aver acquistato tutte le proprietà dagli eredi di Enrico Bertagni, vende nel 1900 i terreni sul fronte dell’attuale viale Italia all’allora sindaco di Pisa Giovanni Battista Queirolo, direttore degli stabilimenti dell'Acqua della Salute, nonché deputato e senatore del Regno di Italia.
Le religiose mantennero le proprietà della parte posteriore del terreno. Nella villa in stile liberty, intanto, sorgeva già nel 1920 l'atelier di Amina Cavallaro, notissima sarta Livornese che si narra vestisse anche la regina Elena. L'immobile negli anni passò a diversi proprietari fino agli anni ’60, quando la Compagnia immobiliare livornese la acquistò nel ’59, per poi abbatterla e far posto al Palazzo Mascagni.
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