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Francesco Scuttari, il livornese della logistica del lusso: «Aiuto i grandi marchi a crescere»

di Francesca Suggi

	Francesco Scuttari con la Vespa a Soho e nel suo ufficio
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Francesco Scuttari con la Vespa a Soho e nel suo ufficio

Da San Jacopo a New York, guida l’espansione nelle Americhe: «Bello vedere prodotti italiani finire su red carpet e in boutique di Manhattan»

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LIVORNO. Con la sua Vespa bianca per le vie di New York. Ormai ci vive dal 2011 Francesco Scuttari, livornese doc cresciuto a San Jacopo, classe ’85, laureatosi all’Università di Pisa e un percorso manageriale in Dsv, gruppo danese quotato alla Borsa di Copenaghen e oggi tra i maggiori operatori logistici al mondo. Nella Grande Mela gestisce il portfolio Luxury Fashion & Beauty. È un manager della logistica per il lusso, per intenderci. «Si tratta di un settore che mi porta a lavorare ogni giorno con alcuni dei marchi più importanti del lusso internazionale: nonostante viva negli Stati Uniti da anni, continuo a sentirmi legato alla mia città», racconta fiero del suo percorso partito dalla sua Livorno - prima era direttore globale del mercato fashion in Savino Del Bene - e cresciuto oltreoceano, in un ambito che unisce logistica, appunto, moda e made in Italy.

Logistica, moda e Made in Italy: in cosa consiste il suo lavoro?

«Oggi ricopro il ruolo di vice president Luxury Fashion & Beauty per la regione Americas del gruppo. Sono responsabile dello sviluppo e della gestione del business per il settore lusso e moda nelle Americhe. Seguo alcuni dei più importanti marchi internazionali della moda, del lusso e della beauty industry: non solo italiani, ma anche francesi e globali. Parliamo di maison storiche, collezioni di alta moda, accessori di lusso e profumi di altissima gamma, distribuiti nei principali mercati del mondo. Il mio lavoro consiste nel definire strategie, sviluppare relazioni commerciali e guidare un team distribuito tra Stati Uniti, Canada, Messico e Brasile. In sostanza, aiuto i marchi del lusso a crescere nelle Americhe, mettendo a loro disposizione una rete logistica globale e una conoscenza approfondita del mercato».

La sua base è New York: ha avuto a che fare con celebrità o personaggi del jet set?

«Lavorando con alcuni dei più importanti marchi del lusso mondiale, capita spesso di operare dietro le quinte di eventi, sfilate e aperture di boutique frequentate da celebrità, artisti e personaggi molto conosciuti. L’aspetto affascinante del mio lavoro è vedere come un prodotto creato in Italia o in Europa possa finire sul red carpet di Los Angeles, in una boutique di Manhattan o nelle vetrine delle vie dello shopping più prestigiose del mondo».

La sua italianità e livornesità hanno aiutato in questo lavoro?

«Assolutamente sì. Nel settore moda e lusso l’Italia gode di una reputazione straordinaria. Quando incontri imprenditori, designer o manager internazionali, il Made in Italy è ancora sinonimo di qualità, gusto, creatività e attenzione ai dettagli. Poi c’è la livornesità. Livorno ti insegna a essere diretto, pragmatico e a non prenderti troppo sul serio. Credo che questa combinazione di professionalità e spontaneità mi abbia aiutato molto a costruire rapporti autentici con persone di culture diverse. In un ambiente internazionale, l’autenticità è spesso uno dei valori più apprezzati. Livorno mi ha trasmesso valori che porto ancora oggi nel lavoro e nella vita: la schiettezza, l’ironia, la capacità di adattarmi alle situazioni e quel modo diretto di rapportarsi alle persone che ci contraddistingue. Per fortuna torno spesso a Livorno, sia per motivi professionali sia personali, e mi considero fortunato perché riesco a mantenere un legame costante con le mie radici».

Il primo grande salto all’estero?

«Il primo vero salto è stato quando ho deciso di trasferirmi negli Stati Uniti. Lasciare la propria città, la famiglia e le proprie certezze non è mai semplice. All’inizio è tutto nuovo: lingua, cultura, modo di lavorare, relazioni. Ma è proprio in quei momenti che scopri risorse che non sapevi di avere. Gli Stati Uniti mi hanno insegnato a pensare in grande, a mettermi continuamente in discussione e a confrontarmi con persone provenienti da tutto il mondo».

Nel suo settore quali differenze vede tra Stati Uniti e Italia?

«Gli Stati Uniti hanno una straordinaria velocità decisionale: le aziende tendono a muoversi rapidamente, a sperimentare e ad assumersi rischi. L’Italia, invece, possiede una cultura del prodotto, del dettaglio e della qualità che resta unica al mondo, nella moda e nel lusso. Se dovessi sintetizzare, direi che gli americani eccellono nell’esecuzione e nella capacità di fare sistema su larga scala, mentre gli italiani eccellono nella creatività, nell’artigianalità e nell’eccellenza del prodotto».

Cosa porta di Livorno con sé?

«Più vivo all’estero, più mi rendo conto di quanto Livorno abbia contribuito a formare la mia personalità. Per la sua storia portuale e la sua apertura verso il mondo, Livorno ha sempre avuto una vocazione internazionale. È una città che insegna a essere curiosi, indipendenti e ad avere una mente aperta. Per questo credo che Livorno abbia una straordinaria capacità di formare cittadini del mondo. Molti livornesi che incontro all’estero conservano quella rara combinazione di semplicità, spirito internazionale, umanità e capacità di adattarsi a qualsiasi contesto».

A New York city che vita fa?

«Vivo a New York con mia moglie, brasiliana, che ha costruito una brillante carriera nel mondo della finanza, e con i nostri due figli di cinque e sette anni. La mia vita è molto dinamica e internazionale. Pur avendo la responsabilità delle Americhe, il lavoro mi porta a viaggiare spesso non solo tra Stati Uniti, Canada, Messico e Brasile, ma anche in Europa: soprattutto tra Milano, Parigi e Copenaghen, dove si trovano molti dei principali centri decisionali del settore moda e della mia azienda. Quando non lavoro, però, il tempo è dedicato quasi interamente alla famiglia. Le nostre vacanze sono sempre divise tra Italia e Brasile: un modo per mantenere vive entrambe le culture familiari e permettere ai nostri figli di crescere con una mentalità aperta e internazionale. Oggi parlano già inglese, italiano e portoghese. Per me è importante che i bambini mantengano un rapporto stretto con i nonni e con la famiglia».

Cosa consiglierebbe ai ragazzi livornesi che hanno sogni da realizzare?

«Di essere curiosi e di non avere paura di uscire dalla propria zona di comfort. Andare all’estero non significa rinnegare le proprie radici: al contrario, spesso è il modo migliore per comprenderle davvero. Viaggiare, studiare e lavorare in contesti internazionali aiuta a crescere come persone e come professionisti. Anche se poi deciderai di tornare, lo farai con una visione molto più ampia del mondo. Ai giovani livornesi direi di non porsi limiti. Le opportunità esistono e il talento italiano è apprezzato ovunque: bisogna avere il coraggio di provarci».

All’estero cosa le manca della sua città? Ha insegnato a qualcuno "de" e "boia"?

«Mi mancano il mare, gli amici di sempre, il salmastro e quella leggerezza tipicamente livornese difficile da trovare altrove. Spesso mi cimento in cucina con qualche piatto che mi ricorda casa e mi permette di tenere vivo il legame con le mie origini. Detto questo, New York è forse la città più cosmopolita del mondo, ed è proprio questa la sua grande forza. E sì, qualche collega ha imparato parole come "de" e "boia"... anche se spesso le usa nei contesti più improbabili».

Un sogno da realizzare? Pensa di tornare?

«I sogni non finiscono mai. Sul piano professionale continuo a voler crescere e a contribuire allo sviluppo dei grandi marchi del lusso nel mondo. Sul piano personale, il sogno più grande è vedere i miei figli diventare persone felici, curiose e realizzate. Quanto a Livorno, non ho mai smesso di considerarla casa. Oggi la mia vita è negli Stati Uniti, ma non escludo che un giorno il mare di Livorno possa tornare a essere il panorama delle mie giornate. Da buon livornese, porto la mia città sempre con me. E l’idea di tornare, magari per godermi il mare, gli amici e i ritmi della Toscana, è un pensiero che ogni tanto riaffiora».

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