Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Lamberto Giannini e il libro su Chico Parlanti: «Vince per il suo elogio alla pigrizia»

di Francesca Suggi
Federico Parlanti insieme al regista e autore
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Federico Parlanti insieme al regista e autore

L’attore dei Mayor è il primo conduttore radiofonico con la sindrome di Down: «Faccia da commedia dell’arte, trasforma gli errori e la fragilità in risorsa»

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LIVORNO. «Federico vince proprio per il suo elogio alla pigrizia, talmente potente che diventa pura arte. Federico ora ha una responsabilità, può soltanto peggiorare perché è arrivato all'apice». E allora “Parliamo di Chico”. Federico Parlanti diventa “Fenomenologia” come il sottotitolo del nuovissimo libro scritto dal suo “maestro” Lamberto Giannini insieme alla docente Serena Senesi.

Il prof di Filosofia e scrittore è il fondatore di quella compagnia teatrale, la Mayor Von Frinzius, che accoglie Chico anni fa. Lo prepara. Lo stimola. Lo punzecchia. Lo mette su un palco. Lo lancia. Tanto che “Il Parlanti” diventa soggetto del libro (editore Il Sole 24 Ore) con la prefazione di Paolo Ruffini che sarà presentato il 22 ottobre alle 17,30 alla Feltrinelli con il protagonista, i 2 autori e Claudio Marmugi come presentatore. «Sarà un’ anteprima, perché nelle librerie uscirà il 23 ottobre», sottolinea Giannini. La star è “Il Parlanti” dei successi nazionali con i Mayor.

È il primo speaker radiofonico al mondo con sindrome di Down su Radio24 con “Radio Up&Down” col suo amico e collega Ruffini. È quell’attore che scherza col due volte premio Oscar Dustin Hoffman dopo aver girato con lui il film a Lucca. È “Il Parlanti” inviato speciale a Striscia la Notizia contro i furbetti che occupano i parcheggi per disabili. È l’attore labronico nominato Eccellenza italiana 2025.

Da principe dell’indolenza, come lo chiama lei, a protagonista non solo di un libro, ma anche di una fenomenologia. Chico rompe gli schemi rispetto alla sindrome di Down?

«È un passaggio che è sembrato naturale, in realtà è un qualcosa di assurdo. C'è una fenomenologia, come ha sostenuto Umberto Eco di Mike Bongiorno, ovvero che Mike Bongiorno è diventato un punto di riferimento perché dava l'idea di fare qualcosa di estremamente naturale e tutti potevano seguirlo. Federico Parlanti vive in modo naturale, vive in modo naïf e quindi, avendo un successo spropositato, tutti potrebbero averlo. Lui rompe gli schemi non tanto della sindrome di Down, ma rompe gli schemi di un meccanismo di successo che è basato o sulla meritocrazia, perché uno è bravo, o su la volontà di influenzare e quindi muoversi, fare contenuti social. Lui vince proprio con un elogio alla pigrizia talmente potente che diventa pura arte».

Dice che Parlanti ha la faccia da commedia dell’arte.

«Federico Parlanti ha proprio la faccia da commedia dell'arte perché rappresenta il pigro che alla fine vince sempre perché è simpatico. La commedia dell'arte si basa sul fatto di creare una situazione, come Arlecchino, Pulcinella e il pubblico riconosce. Il pubblico quando vede Parlanti vede una sorta di Fantozzi, una sorta di Arlecchino, però è anche un qualcosa di più: lui forse è più Arlecchino rispetto a Fantozzi perché poi alla fine quest’ultimo risulta quasi perdente anche se attira il pubblico. Federico poi, in questa sua dimensione indolente, diventa anche vincente».

Definisce nel libro quella di Chico “un’intelligenza non viva ma potente”.

«Quella di Chico è un'intelligenza non viva perché non è pronto, non è immediato, non è reattivo, però è prepotentissima perché con una frase sistema tutto. Esempio: un gruppo di Down è corso dopo uno spettacolo ad abbracciarlo e gli ha detto: "Federico, Federico! Per noi sei un punto di riferimento!". E lui ha detto: "Deh, siamo messi benino!". In un attimo è stato di una potenza devastante».

Tutti i ragazzi con la sindrome di Down possono diventare attori come Parlanti o si rischia di creare un modello irrealistico che genera frustrazione nelle famiglie?

«Il successo è un'alchimia strana, stranissima, quasi non progettuale, non si può progettare di avere successo. Il successo è legato alla parola "è successo", cioè succede, capita di avere successo, non c'è un cliché, non c'è una modalità. Non può essere un obiettivo di vita il successo. L'obiettivo di vita deve essere quello di fare teatro o di fare danza, di fare le cose che uno ama, poi se accadono le cose son successe, a quel punto è successo. Ma se Chicco diventa un paradigma da seguire, ha ragione lui “e siamo messi benino”».

Autoironia vs politically correct: c’è sempre il timore di ridere con le persone con disabilità per non sembrare scorretti. Come riescono Chico e la Mayor a usare la comicità su pari livelli?

«Alla Mayor Von Frinzius non si è mai posto il problema del politicamente corretto, perché il politicamente corretto ci fa veramente vomitare. È una forma di censura benpensante, riformista, di una borghesia intellettuale di sinistra che non mi interessa. Noi ci siamo sempre posti in modo scorretto, cercare di mostrare la poesia che c'è dietro la fragilità, la fragilità non è mai un errore, e anche la comicità, perché la poesia può anche venire fuori dalla comicità e dalla goliardia. Quindi, è questo il nostro obiettivo».

Parlanti e la sua “disponibilità all’esistenza”: in un mondo ossessionato dal controllo e dalla prestazione cosa insegna a tutti noi?

«Ci insegna tantissimo. La possibilità di trasformare l'errore in risorsa è l'elemento fondante. Garrincha, grandissimo calciatore brasiliano, aveva avuto la poliomielite, aveva una gamba più corta e questo gli ha fatto fare delle finte che fregavano sempre gli avversari. Quindi l'anomalia è arte, perché la normalità non sarà mai arte. La normalità stanca, la normalità è banale, la normalità forse non esiste. Quindi tutti noi quando cerchiamo qualcosa di artistico, di particolare, cerchiamo proprio quel tipo di luce di sole, quel tipo di brezza di vento, quel tipo di persona. Quindi ciò che è anomalo ha molta più potenza».

“Chi fa davvero spalla a chi?” Ruffini dice di non averlo ancora capito, quando è sul palco col Parlanti. Lei lo ha capito?

«Tra Ruffini e Parlanti è nata una coppia dualistica. È avvenuta un'inversione teatrale, il gioco comico quando c'è più di un personaggio in scena è sempre il Clown bianco e l'Augusto. Il Bianco è quello perfetto che non sbaglia mai, l'Augusto è il pasticcione. La forza di Ruffini come comico è che lui è sempre stato l'Augusto, il Pierino. Crescendo facendo monologhi anche sempre più profondi, si è spostato su un piano molto più attoriale di qualità e quindi, senza accorgersene, è diventato una sorta di Clown bianco. Che mantiene alcuni elementi da Augusto e questo è estremamente interessante, è quasi un unicum quello di Paolo. Quando entra Federico è evidente che il pubblico è tutto dalla sua parte, diventa lui l'Augusto nel quale il pubblico si riconosce».

Questo libro che messaggio dà a chi guarda alla sindrome di Down solo con ansia o pietismo?

«In questo momento il futuro è una minaccia per tutti: si è superato un limite etico, ed è insostenibile che questo sia avvenuto con la guerra. E c'è un modo per evitare la guerra: non armarsi. È qui che nasce la paura del futuro, per tutti. Non è una paura del futuro per l'oltre di noi. Federico è sa stare al mondo, sa muoversi, sa trovare soluzioni e noi non si deve guardare al Down o alla disabilità con ansia o pietismo, proprio perché diventa un riduzionismo. Non è vero, non è neppure la realtà. Questo libro nasce da un input di Paolo che ha detto: "Perché non si fa un libro sul fatto che Federico è diventato il primo conduttore radiofonico con la sindrome di Down?". Perché l'elemento proprio che lui è diventato personaggio alla radio è incredibile, perché se c'è una cosa che Federico non sa fare è la radio. Ma questo ha reso questa anomalia una cosa unica, Radio Up&Down è un unico nella storia della radio».

Parliamo di Chico, 3 aggettivi per definirlo?

«Potente, indolente, pigro»

Scherzando dice sempre che è l’incubo di Federico. Forse è grazie a lei che lo ha spronato e alla Mayor che è arrivato il successo?

«Io sono un incubo per Federico perché sono quello che va a rompere determinati meccanismi di quiete. Mi diverto tantissimo a dargli noia perché quando lo vedo così quieto, mi piace stuzzicarlo. In qualche modo sono andato anche a toccare quei punti che hanno tirato fuori una attorialità in Federico. E le doti di Federico ci sarebbero state a prescindere dai Mayor, ha una famiglia che lo stimola tantissimo, sa muoversi nel mondo del lavoro. Sicuramente il fatto di aver incontrato i Mayor è aver sposato qualcosa in cui si riconosce».

E adesso si genereranno invidie nel gruppo?

«Sicuramente sì, ci saranno delle gelosie, come in tutto il mondo. Ma non credo che sia più di tanto. Prevalentemente l'orgoglio che uno del gruppo ha un libro così importante su scala nazionale, poi alla fine prevale sempre perché comunque se i Mayor diventano un elemento potente, poi tutti sono più potenti perché ne fanno parte. E poi non è che è necessario avere tutti un libro, no? Ognuno avrà delle cose, avrà un momento, avrà una gag, uno spot, una foto particolare, e quindi lo spazio c'è per tutti».

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