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Livorno

L'inchiesta

Livorno, tentato omicidio in centro: «Accoltellato perché non mi piego»

di Stefano Taglione
Un arresto della Squadra mobile (foto d'archivio)
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Un arresto della Squadra mobile (foto d'archivio)

La vittima dell'agguato sugli scali Saffi: «Io sono onesto, lavoro ai Cantieri Benetti. Lui è il boss della droga e voleva reclutarmi: non ha sopportato il mio rifiuto»

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LIVORNO. «Da quando sono arrivato a Livorno ho sempre lavorato e cercato di stare lontano dalla criminalità. Lui, invece, ha intrapreso la strada dello spaccio al punto che ora è il boss di Livorno a cui tutti devono rispetto. Molti ragazzi tunisini lavorano per lui, lo rispettano e lo temono. Pretenderebbe che anche io lavorassi per lui, ma da quando sono arrivato in città ho sempre lavorato onestamente e da un anno e mezzo ho un contratto ai Cantieri Benetti. Non ha mai accettato la mia decisione di lavorare e di non piegarmi al suo volere, considerando questo mio atteggiamento un affronto alla sua persona».

A parlare alla polizia, dopo l’accoltellamento subìto due settimane fa sugli scali Saffi, è il quarantatreenne tunisino Bilel Amdouni. Le sue parole sono scolpite nell’ordinanza di custodia cautelare che qualche giorno fa ha portato all’arresto da parte della Squadra mobile della questura, diretta dal vicequestore Riccardo Signorelli, del trentacinquenne Nidhal Katfaoui, accusato di averlo pugnalato alla gola e a una mano e per questo in carcere per tentato omicidio e stalking, dato che nel corso dell’ultimo anno – secondo la vittima – lo avrebbe «perseguitato, insultato, minacciato, pedinato e umiliato pubblicamente più volte».

«Da circa un anno – sono ancora le parole del quarantatreenne – ha iniziato a perseguitarmi con insulti e offese proferite nei miei confronti e nei confronti di mia madre che è molto malata. Lo faceva davanti a tutti i connazionali, al bar per esempio, in modo da mortificarmi ancora di più e dimostrare ai presenti la sua autorità e arroganza. Rapporti molto tesi, insomma, fra i due. Culminati nella terribile aggressione avvenuta in pieno centro il 20 settembre scorso, con Amdouni soccorso in via Cairoli dai volontari della Misericordia di via Verdi. «Nel gennaio del 2023 – ricorda ancora la vittima – stavo andando alla Lidl in viale Ippolito Nievo per fare la spesa quando ho incontrato casualmente Nidhal, insieme a due suoi “scagnozzi”, fra cui il fratello. Nella circostanza, mi si è avvicinato dandomi un forte schiaffo al volto. Io non ho reagito perché avevo paura, anche perché erano in tre. Prima che mi allontanassi, Nidhal mi ha insultato dicendomi “Figlio di p… ti ammazzo”. Io ho avuto talmente tanta paura che ogni volta che chiamo mia madre che sta in Tunisia la informo che potrebbe essere l’ultima volta che mi sente, perché lui potrebbe uccidermi. Tre giorni dopo l’episodio che ho raccontato, ho avuto uno scontro fisico con Nidhal in piazza Cavallotti e ho avuto la meglio su di lui. Era da solo, quindi non ha potuto avvalersi della forza intimidatrice degli altri suoi “scagnozzi”. Io ne ho approfittato e gli ho sferrato dei colpi. È avvenuto davanti ad altri tunisini. Questo è il motivo per cui mi perseguita», rivela.

«Il giorno successivo – conclude – mia figlia che sta in Tunisia mi ha riferito di essere stata contattata telefonicamente da un connazionale il quale, incaricato da Nidhal, ha intimidito la mia famiglia minacciando di morte mia madre e gli altri miei parenti e di violentare mia figlia di 20 anni. A seguito di questi episodi ho provato a denunciare i fatti, ma probabilmente la situazione è stata sottovalutata in quanto non sono state comprese le mie parole, visto che non parlo benissimo italiano e non sono riuscito a far capire la gravità della situazione».

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