Economia
Livorno, Tombolo e le "segnorine": è il Libeccio di Franco Poggianti
E' il nuovo libro del giornalista livornese che vive da anni a Roma: il firma copie e la presentazione
LIVORNO Franco Poggianti fa il bis. Dopo “La Pesca del Giunti” arriva in libreria il suo secondo romanzo livornese “Libeccio”. Lui, giornalista livornese di nascita, dopo gli esordi a “Paese Sera” è entrato al Tg3, dove è stato capo della redazione toscana della Rai e vice direttore di Rai international. Torna nella sua città, domani, a presentare il nuovo lavoro in qualche modo dedicato al “nostro vento”. A Poggianti, che vive a Roma da oltre mezzo secolo, è stato chiesto più volte se avvertisse la mancanza del mare. Invariabilmente ha risposto che non aveva tanto nostalgia del mare quanto del vento che a Livorno spadroneggia. «Un vento spregioso e sguaiato», lo definisce l’autore che dal 1974 al 1979 ha lavorato all’ufficio stampa della direzione nazionale del Pci, allora guidato da Enrico Berlinguer. Sarà mercoledì 29 aprile al firma copie dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19 alla libreria Libri di Daniela Barli Carboncini di via Garibaldi 8.
Il “Libeccio” fa la sua comparsa in tutti i passaggi cruciali della narrazione di Poggianti. “Libeccio” riporta alla luce la vicenda dimenticata (o rimossa?) di Tombolo e delle segnorine. “Una storia tragica e cupa del secondo dopoguerra, ripescata venti anni dopo, alla fine degli anni Sessanta, dalla stessa improbabile e bizzarra congrega, la combriccola del mercoledì, che abbiamo imparato a conoscere ne La pesca del Giunti”, si racconta il libro. È facile intuire come il dramma di tante povere ragazze (la questura ne schedò settemila) si stemperi nella beffarda commedia del teatro livornese, quello che andava in scena per le piazze, nelle strade e perfino sui filobus della città.
Il romanzo, pubblicato dalla casa editrice “Effigi”, sfugge ad una definizione. È un romanzo storico che ricostruisce con scrupolo documentario la realtà di una città distrutta dalle guerra, ma è anche una love story tormentata. La storia riserva anche un risvolto giallo con un sorprendente colpo di scena finale. Lo stile: un periodare agile che prende lo spunto dal linguaggio parlato e non si fa scrupolo di fare sfoggio della genuinità del corrente parlare labronico. Un linguaggio fiorito di iperboli, di battute che si sviluppano nel corso delle cene del mercoledì che la combriccola organizza nell’osteria di Alfredo in via del Leone, protagonista corale del libro. Ma non la sola: c’è anche il rione Pontino dove si svolgono in gran parte le vicende narrate. l
