Il Tirreno

Livorno

L'audizione

Moby Prince, l'ex ufficiale rompe il silenzio: «Quella sera in capitaneria a Livorno gente non addestrata»

di Stefano Taglione
L'ex ufficiale della capitaneria Lorenzo Checcacci
L'ex ufficiale della capitaneria Lorenzo Checcacci

Lorenzo Checcacci davanti alla commissione d'inchiesta: «Fui lasciato solo e nessuno in sala operativa, me compreso, aveva pensato che l'ultima nave partita era il traghetto. Se ci avessimo pensato potevamo cercarlo fin da subito. I Piloti avevano questo sospetto, ma non l'hanno detto a nessuno»

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LIVORNO. «Mia moglie mi ha detto: ora o mai più». Quella maledetta sera di 35 anni fa, il militare della capitaneria di porto Lorenzo Checcacci, era in servizio come ufficiale di ispezione. C’era lui in sala operativa mentre si consumava il disastro del Moby Prince e «da tre mesi (tre mesi fa è stato convocato dai commissari ndr) non riesco a spegnere il cervello». E ora ha rotto il silenzio. A Palazzo San Macuto, di fronte alla terza commissione parlamentare d’inchiesta, il suo racconto – reso lo scorso primo aprile – è carico di emozione e soprattutto amarezza: «Chi ha sostenuto che in capitaneria abbiano fatto fare il soccorso a gente non addestrata aveva perfettamente ragione». Le sue parole, lucide nonostante sia passato molto tempo, descrivono una gestione dei soccorsi tutt’altro che efficace e, soprattutto, il rimpianto per quegli «uomini non addestrati» mandati a gestire l’inferno in mare.

«Ero da solo»

Il suo racconto parte dalle 22,28 del 10 aprile 1991, quando in camera sua, nella sede della guardia costiera, squilla il telefono. Lo avvertono dell’incendio. L’allarme lo lancia l’Avvisatore marittimo. Così in pochi minuti, dopo aver inviato sul posto i vigili del fuoco, scende in sala operativa. E ripercorre tutti quei minuti in radio e a contatto con i soccorritori. «Ero da solo con quella radio che berciava», ricorda. «Se ci fosse stata una centrale operativa equipaggiata col personale che ci doveva essere, qualcuno ci avrebbe pensato che la Moby era l’ultima nave uscita. Se io ci avessi pensato, avrei detto di andarla a cercare 20 minuti prima. A qualcosa poteva servire». Checcacci racconta poi quando è stato salvato il mozzo Alessio Beltrand, l’unico sopravvissuto. «Avevo detto a Faiella (un sottoposto su una motovedetta ndr): “Vai a cercare la bettolina” (la seconda nave che si pensava inizialmente coinvolta insieme alla petroliera ndr). Lui mi risponde: “Facciamo una ricerca seguendo i focolai”. Alle 23,44 l’equipaggio abbandona l’Agip Abruzzo e dopo la motovedetta si avvicina all’altra nave in fiamme e vede una persona appesa alla battagliola di poppa: era Beltrand. Aveva trovato l’unico punto dove non c’era il fuoco sotto, perché le eliche giravano e buttavano l’acqua verso l’alto, con l’incendio provocato dal petrolio che si allargava. Una corrente d’aria gli permetteva di respirare. Dicono “Buttati, buttati”. Gli ormeggiatori lo hanno poi raccolto e fatto imbarcare sulla vedetta. Beltrand ha detto che era il Moby Prince. A quell’ora lo sapevano tutti. Se ci fosse stata una centrale operativa equipaggiata col personale che ci doveva essere, qualcuno dei tre che erano lì dentro ci avrebbe pensato, ma io ero da solo con quella radio che berciava e non ci ho pensato che il Moby Prince fosse l’ultima nave uscita. Nella sede dei Piloti il sospetto lo avevano avuto fin da subito, ma non lo hanno detto a nessuno. Se io ci avessi pensato subito, anziché alle 23,25, a Faiella gli avrei detto di andarcela a cercarla 20 minuti prima. A qualcosa poteva servire», le parole di Checcacci.

«Carriere spezzate»

L’ex ufficiale, da 20 anni in pensione, non risparmia critiche al clima interno alla capitaneria dell’epoca. Cita il caso dell’ex capitano di corvetta Renato Roffi, il collega che ebbe il coraggio di denunciare l’invio di personale non addestrato e che per questo «si rovinò la carriera». Cita il comandante Gregorio De Falco, poi diventato noto per il «salga a bordo c…» al telefono con il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino, che «è stato sentito dalla commissione della diciassettesima legislatura e ha spiegato per filo e per segno cosa doveva essere fatto quella notte. Per questo l’ammiraglio Albanese lo ha perseguito disciplinarmente». L'ex ufficiale contesta la perizia Bargagna – quella che ipotizzò la morte di tutti i passeggeri entro 30 minuti – definendola fatta «come minimo con leggerezza». Una tesi, quella della morte rapida, che per decenni è servita a giustificare l’inerzia dei soccorsi e che le precedenti commissioni d'inchiesta hanno smantellato, confermando che sul Moby si sopravvisse per ore.

Il dovere della memoria

Checcacci oggi cerca giustizia, non rivalsa. Lo fa per i colleghi onesti e per Loris Rispoli, leader dei familiari delle vittime scomparso lo scorso novembre, a cui lo lega un’amicizia nata dopo il processo. «Io nella prossima commissione, fra dieci anni, non ci sarò più», ha detto l’ex ufficiale ai parlamentari. «Io mi sono rassegnato alla patente che mi è stata data, non voglio una rivalsa – le sue parole – io voglio un minimo di giustizia per le vittime e per Loris Rispoli. Dopo il processo siamo diventati amici, ci siamo incontrati 4-5 volte, ci baciavamo e lui ha sempre sostenuto che quella emersa non era la verità».

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