Il Tirreno

Livorno

Il ricordo

Livorno, è morto Francesco Avellino: ha stretto forte la mano della figlia e se ne è andato così il pioniere delle arti marziali

di Maurizio Silvestri

	A destra Francesco Avellino 
A destra Francesco Avellino 

Il maestro livornese, figura storica delle arti marziali e volto delle istituzioni, si è spento a 96 anni dopo una vita segnata da disciplina, coraggio e dedizione alla comunità

5 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Il paradiso dei samurai e degli uomini giusti ha aperto le sue porte lunedì 30 marzo a Francesco Avellino, grande sportivo, pioniere delle arti marziali, consigliere provinciale e, a lungo, dirigente della prefettura di Livorno: migliaia di patenti di guida sono state firmate da lui. Il 24 aprile avrebbe compiuto 97 anni. «So quando me ne andrò – mi aveva detto una delle volte che sono andato a trovarlo – Non ti dico quando ma non sarà prima di due anni». Era il 2023: la premonizione era stata giusta. Anche se ormai, sperava di sbagliarsi e tagliare il traguardo del secolo di vita.

Le origini e la carriera

Una vita interessante, ben vissuta quella di Avellino, nato in Libia nel 1929 da famiglia italiana. Gli studi, il rientro in Italia, anni di servizio militare nei Lagunari poi il congedo ed il prestigioso incarico in prefettura per poi diventare anche consigliere provinciale per due legislature. Intanto anni e anni di insegnamento del ju jitsu, l’arte dei samurai che aveva appreso e approfondito durante il periodo da Lagunare.

Le soddisfazioni e i dolori

«Mi sono sempre impegnato a fondo in qualsiasi cosa facessi – mi raccontava – Ho avuto molte soddisfazioni e anche dispiaceri come è normale nella vita». Tra questi la scomparsa prematura di due dei cinque figli. «La morte non mi ha mai fatto paura. L’ho scampata per ben due volte».

La guerra in Africa

La prima, mi raccontava con una verve che ti incantava, in Africa, durante la guerra. «Ero un ragazzino e di fronte alla nostra casa c’era il comando tedesco. Per i soldati ero un po’ la mascotte e a volte mi portavano in qualche missione non pericolosa. Un giorno il camion sul quale mi trovo viene preso di mira da una postazione inglese che intanto erano avanzati sul territorio. Ci buttiamo tutti a terra. Due dei miei amici vengono colpiti. Io, con tutta la rabbia e l’incoscienza di un ragazzino di dodici anni prendo un mitra che è per terra e sparo verso quella postazione. Ritorniamo indietro con i feriti e vado a casa, ovviamente senza dire nulla a mio padre. L’indomani viene a casa nostra il colonnello tedesco. Io ho il terrore che dica tutto a mio padre. E lo dice ma lodandomi per quello che avevo fatto. A quanto pare, sparando all’impazzata, avevo neutralizzato quell’attacco. Mi hanno dato persino una medaglia. Ma per me era importante che mio padre, di fronte all’accaduto, non mi punisse».

L’incidente con i Lagunari

La seconda volta in cui la morte l’ha sfiorato è stato durante un lancio di addestramento con i Lagunari. «Volevo scambiarmi di posto con il collega che era con me, non so perché. Lui mi disse no. Si lanciò e, forse per un colpo di vento, è andato a sbattere contro la carlinga dell’aereo ed è morto».

L’incontro con il ju jitsu

È in quegli anni di servizio militare che, oltre ad altri sport e all’addestramento, Avellino si impegna nello studio del ju jitsu, l’arte marziale dei Samurai. «Il nostro istruttore militare, un coreano, insegnava anche in privato. Ed io tutti i fine settimana andavo da lui a Milano a prendere lezione».

Famiglia, lavoro e incarichi speciali

Poi il congedo, la bella famiglia (cinque figli, una moglie che adorava) e il lavoro in prefettura. Svolge anche incarichi speciali, sia Livorno che all’Elba dove lavora per risolvere i problemi dell’approvvigionamento idrico dell’isola.

I primi corsi di arti marziali a Livorno

Intanto apre i primi corsi di arti marziali a Livorno: erano in una delle sale dell’hotel Corallo. Quindi si sposta all’Athletic club che aveva sede, oltre che in via Marradi, sul viale Italia sotto quella che, per tanti anni, è stata la pizzeria Pulcinella. Contemporaneamente forma gli istruttori della Folgore per il combattimento corpo a corpo.

Il ritorno alle competizioni

A 43 anni, si rimette in gioco nelle competizioni di kendo, la scherma giapponese ottenendo anche ottimi risultati. Insegna anche ai civili e a centinaia di atleti che, come il pluridecorato Alessandro Fasulo, lo ricordano con affetto e riconoscenza.

La politica e la filosofia di vita

Poi per il Maestro arriva il momento della pensione ma anche l’impegno in politica per due mandati come consigliere in Provincia. «Sono anziano ma non vecchio – affermava una delle ultime volte che ci siamo visti –. Perché vecchio va troppo insieme a finito e questo non mi va bene».

Il rapporto personale

Era bello ascoltarlo. Anche dopo più di 50 anni di ju jitsu perché era il mio primo, vero e unico maestro. Perché è quello che mi ha cinto alla vita la prima cintura, la gialla. E mi ha concesso, dopo 54 anni, anche l’ultima, quella rossa.

Gli ultimi anni

Francesco Avellino ha vissuto in serenità fino alla fine. Usciva con i figli oppure stava in casa a riordinare le sue cose, seguire la vita attraverso la tv. Non indossava pigiami o giacche da casa ma tute da ginnastica della Folgore. Sempre in buona salute e lucido, se n’è andato velocemente, dopo un giorno di ricovero in ospedale, stringendo la mano della figlia Maria, verso quella dimensione che si meritano i veri samurai.

In Primo Piano

Soldi

Tariffe telefoniche più care? «Ecco quanto pagheremo in più a causa della crisi in Medio Oriente»

di Redazione web
Speciale Scuola 2030