Il Tirreno

Livorno

L'intervista

Il prof regista Giannini e la guida-racconto “Ti presento Livorno”: «La nostra città che vive di opposti»

di Greta Leone
Il prof regista Giannini e la guida-racconto “Ti presento Livorno”: «La nostra città che vive di opposti»

E' il suo decimo libro: «Essere livornese è una caratteristica, una patologia, una nevrosi, un vanto, un’offesa, è tutto per i livornesi essere livornesi»

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LIVORNO «Essere livornese è una caratteristica, una patologia, una nevrosi, un vanto, un’offesa, è tutto per i livornesi essere livornesi». È da questa frase, potente e contraddittoria, che prende forma il nuovo libro di Lamberto Giannini, classe 1962, docente di Storia e Filosofia al liceo Niccolini Palli, fondatore e regista della compagnia teatrale Mayor Von Frinzius. Esce oggi “Ti presento Livorno” (Pacini editore). «È il primo giorno di Primavera ed è la giornata mondiale della Sindrome di Down, elemento di grande attenzione, Livorno è la città dell’accoglienza». È il suo decimo libro.

Come lo presenterebbe?

«È una guida, ma non nel senso classico. È un racconto che prova a far entrare il lettore dentro Livorno. Nasce per i ragazzi, ma credo che un adulto possa ritrovarci emozioni, ironia e anche qualche riflessione. Abbiamo cercato di costruire un percorso che mescola storia, aneddoti, personaggi e sensazioni. È un libro che puoi leggere per scoprire Livorno, ma anche per immergerti in un’atmosfera».

Da dove nasce l’idea?

«Da una proposta dell’editore, all’interno della collana “Ti presento…”. Per me è diventato subito qualcosa di personale, ho accettato senza esitazione. È stata un’esperienza molto stimolante e scritta “a sei mani”. Con Antonia Casini, giornalista e Serena Senesi, insegnante di Lettere, abbiamo unito competenze diverse. In più il contributo di Fabio Leonardi è stato fondamentale: le sue illustrazioni non accompagnano soltanto il testo, ma lo amplificano. Il personaggio di Libeccio è diventato quasi un simbolo del libro».

Qual è il cuore del libro?

«La contraddizione. Livorno è una città che vive di opposti, tra apertura e chiusura, ironia e profondità, appartenenza e libertà. È una città che sfugge alle definizioni e che cambia continuamente a seconda di chi la vive».

In che senso Livorno è una città contraddittoria?

«È aperta e chiusa insieme. È entrambe le cose. Aperta nel modo diretto di comunicare, nei rapporti umani. Ma chiusa perché per un livornese Livorno è il centro del mondo. Ti limita perché ti chiude, ma proprio per questo ti dà una libertà enorme. È un paradosso continuo».

E lei ci si riconosce?

«Totalmente. Anche quando sono fuori, penso sempre a Livorno. Mi interessa più il giudizio della mia città che quello del resto del mondo».

Dentro storie e personaggi?

«Sono fondamentali: aiutano a costruire l’identità della città. È un percorso che attraversa epoche diverse, da Matilde di Canossa fino ai giorni nostri, e incontriamo figure come Modigliani e Piero Ciampi. Ogni personaggio diventa un modo per raccontare un pezzo di Livorno. Anche i luoghi, come il mercato o la chiesa di Santa Caterina».

Cosa rende Livorno unica?

«È una città dove l’ironia è una forma di difesa ma anche di intelligenza, dove tutto può essere ridimensionato con una battuta. Una città ironica e irriverente, ma anche capace di grande profondità. Una città che sa ridere di tutto, ma che allo stesso tempo porta dentro una certa malinconia. Allo stesso tempo però esistono figure, simboli, riferimenti che diventano quasi sacri. È superficiale e profondissima nello stesso momento»

Ha citato Pasolini.

«Pasolini rimase colpito dall’apertura dei giovani livornesi. Diceva che era una delle città dove avrebbe voluto vivere».

Qual è il protagonista del libro?

«Il mare. È impossibile raccontare Livorno senza il mare: è presenza fisica, ma anche simbolica, emotiva».

Quanto c’è di personale?

«Molto. Quando scrivi di qualcosa che ami, perdi inevitabilmente l’oggettività».

Cosa la spinge a scrivere?

«I libri arrivano come occasioni, come regali. Io cerco solo di accoglierli».

Nuovi progetti?

«Sto lavorando a un esperimento diverso: una biografia “fenomenologica”. Non tanto raccontare i fatti in ordine, ma ciò che una persona rappresenta. Il personaggio è Federico Parlanti, un attore con sindrome di down che ha avuto un percorso straordinario. L’idea, anche provocatoria, è raccontare “come avere successo non facendo nulla”, perché lui non segue le logiche tradizionali del successo, e proprio per questo diventa ancora più interessante».l


 

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