Il Tirreno

Livorno

La testimonianza

Omicidio a Livorno, la moglie del killer: «Sì, abitava qui. Ma non voglio dire niente»

di Stefano Taglione
L'ingresso del palazzo dove si è consumato il delitto (foto Stick)
L'ingresso del palazzo dove si è consumato il delitto (foto Stick)

Luigi Amirante viveva in centro, a pochi metri dal luogo del delitto. La polizia lo ha fermato come persona gravemente indiziata: in macchina aveva ancora i vestiti insanguinati

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LIVORNO. «Sì, mio marito abitava qui. Per favore, non vogliamo dire niente». La moglie di Luigi Amirante – il quarantasettenne napoletano fermato come persona gravemente indiziata di delitto per aver ucciso a coltellate, secondo l’accusa, l’agente di commercio cinquantacinquenne pistoiese Francesco Lassi – non vuole dichiarare niente in merito alle contestazioni avanzate dalla procura a carico del coniuge, per il quale oggi il pubblico ministero titolare del fascicolo, Niccolò Volpe, chiederà la convalida del fermo.

L’accusa è omicidio volontario aggravato dall’uso di un’arma, il coltello da cucina (nella foto pubblicata dal Tirreno si nota il presunto assassino in fuga per il centro mentre lo impugna ndr) che però non è stato ancora ritrovato. Si sa, per certo, che il commercialista titolare dello studio dove si è consumato il delitto, il livornese Massimo Galli, ha visto il quarantasettenne fuggire con il coltello dopo aver colpito per due volte Lassi all’altezza del torace nella stanza dove lo stava incontrando per una trattativa finalizzata all’acquisto di gioielli e che «quel coltello – le parole del ragioniere labronico, 82 anni e prima persona a dare l’allarme – non era qui. Al massimo, nei nostri locali, abbiamo dei cacciaviti per i lavoretti, non certo dei coltelli da cucina».

Il commercialista – che cura la contabilità per il negozio di oreficeria per il quale Lassi collaborava in qualità di agente di commercio e che ha la sede legale proprio lì – ha lo studio in via Grande, al numero civico 110, il cui portone si trova fra la gioielleria Banchieri e il negozio di abbigliamento “Luigi Fusaro”. A cento metri di distanza, sempre nella strada cuore della città, abitava Amirante. Che però, stando a quanto appurato dagli inquirenti, probabilmente dopo il delitto non è affatto passato da casa, fuggendo a piedi verso i Quattro Mori, dove evidentemente aveva parcheggiato la sua Toyota Yaris, a bordo della quale in via Mastacchi insieme a lui sono stati ritrovati i vestiti ancora sporchi di sangue che indossava al momento del delitto. Nel frattempo, infatti, si era cambiato. Ed è con i nuovi abiti che gli agenti delle Uopi, le unità operative di primo intervento della questura, lo hanno fermato lungo la strada alla periferia nord, dopo che ormai il lavoro degli inquirenti aveva dato un volto e un nome al presunto assassino, diffondendo a tutte le forze dell’ordine ogni particolare identificativo utile, come ad esempio il numero di targa della sua macchina, verificato “a vista” dalle pattuglie in servizio (non solo quelle della polizia, ma anche quelle di municipale, carabinieri e finanza) e dai controlli nelle banche dati dei lettori automatici delle targhe installati dentro e fuori di Livorno, che se “interrogati” restituiscono subito l’ora e il passaggio di ogni veicolo, anche in tempo reale se programmati ad hoc.

Nell’abitazione di via Grande, per cercarlo, gli stessi poliziotti impiegati nelle emergenze ad alto rischio erano invece intervenuti nel tardo pomeriggio di giovedì scorso. Senza esito, perché in casa Amirante non c’era. Non era proprio passato, optando per la fuga in macchina, dopo il delitto di cui è accusato. Nel palazzo del centro, il quarantasettenne, resta comunque un fantasma. «Non lo conosco», dice una vicina. «Amirante? Mai sentito come cognome, a questo piano non abita, magari l’avrò visto aspettando l’ascensore». In città si è trasferito quantomeno da quattro anni. Ma in pochi, evidentemente, lo conoscono. 

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