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La sentenza

Livorno, picchiò la compagna incinta lasciandole cicatrici: condannato a cinque anni

di Stefano Taglione
Due guardie giurate all'ingresso del tribunale
Due guardie giurate all'ingresso del tribunale

Il trentunenne l’avrebbe minacciata e pestata per mesi, anche in gravidanza. L'accusa maltrattamenti in famiglia: avrebbe pure rotto la finestra della casa dove lei era fuggita facendo irruzione

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LIVORNO. Cinque anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia. È la condanna inflitta nei giorni scorsi dal collegio del tribunale labronico nei confronti di un trentunenne tunisino accusato di aver picchiato e minacciato per mesi l’ormai ex compagna, una ventiseienne, anche durante la gravidanza che ha poi per fortuna portato a termine.

La sentenza

La sentenza è arrivata nel pomeriggio di mercoledì 11 febbraio, al termine dell’istruttoria dibattimentale. I giudici hanno riconosciuto la responsabilità dell’imputato – Il Tirreno non lo identifica con nome e cognome per non rendere riconoscibile la donna vittima delle presunte violenze – in relazione ai fatti contestati dalla procura, avvenuti – secondo l’accusa – tra il gennaio 2022 e l’agosto 2023, fra tre e quattro anni fa quindi.

La ricostruzione

Al centro del procedimento penale una lunga serie di episodi di violenza e sopraffazione che si sarebbe protratta nel tempo. L’uomo, stando a quanto ricostruito in aula, avrebbe colpito la compagna anche utilizzando oggetti come coltelli e cocci di vetro, procurandole lesioni e cicatrici tuttora visibili. In più occasioni l’avrebbe chiusa in casa impedendole di uscire, minacciandola e aggredendola anche in strada. Determinante, nel quadro probatorio, anche l’episodio avvenuto il 14 agosto 2023, quando l’imputato si introdusse nell’abitazione di un’amica che stava ospitando la giovane, infrangendo il vetro di una finestra e rovistando tra i suoi effetti personali. In quell’occasione fu necessario l’intervento di un equipaggio della Squadra volante dell’ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della polizia di Stato, allertato attraverso la centrale unica di emergenza del 112. «Il 14 agosto del 2023 – si legge infatti negli atti dell’inchiesta, che avevano portato al rinvio a giudizio del cittadino nordafricano e ora alla condanna in primo grado a cinque anni di reclusione – l’uomo si è introdotto contro la volontà della giovane all’interno della camera da letto in cui dormiva, nell’abitazione di un’amica che la stava ospitando, infrangendo la finestra e rovistando fra le sue cose, andando via solo grazie all’intervento della polizia, determinando in tal modo un insano clima di timore e tensione nel contesto familiare, che induceva di fatto la donna a non denunciarlo alle forze dell’ordine e sovente ad abbandonare il pronto soccorso senza attendere l’intervento dei sanitari». Secondo quanto ricostruito l’avrebbe inoltre minacciata di farle del male se l’avesse lasciato. Un clima di terrore, insomma, quello denunciato dalla donna: i due, nel frattempo, non hanno più alcuna relazione, con la vittima che sta cercando di mettersi alle spalle questo passato di violenza, secondo quanto da lei denunciato.

Il processo

La donna, che nel procedimento penale che si è aperto nel tribunale labronico di via Falcone e Borsellino non si è costituita parte civile, aveva trovato la forza di denunciare l’ex convivente nell’estate di tre anni e mezzo fa, dopo l’episodio dell’agosto del 2023. Nei suoi confronti, all’epoca, palazzo di giustizia aveva disposto la misura cautelare del divieto di avvicinamento, con l’obbligo di mantenere una distanza di almeno 200 metri dalla vittima e dai luoghi da lei abitualmente frequentati. L’uomo al momento è libero e permane la stessa misura cautelare allora imposta, ovvero il divieto di avvicinamento. La pena Il trentunenne, difeso dall’avvocata livornese Alessandra Natale e già in passato ritenuto responsabile del reato di lesioni personali per un’altra vicenda penale, è stato quindi condannato in primo grado a cinque anni di reclusione. Il collegio, composto da tre giudici, ha ritenuto quindi provata la condotta abituale dei maltrattamenti in famiglia, anche se le motivazioni della sentenza saranno depositate nei prossimi mesi. La difesa potrà valutare l’eventuale ricorso in appello.

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