Collesalvetti, condanna-bis per l'ex economia di Collesalvetti: ha svuotato il conto del Comune
Francesca Gagliardi, 50 anni, ha sottratto all'ente 659mila euro. Pena scesa sotto i tre anni a causa della prescrizione di alcune condotte. In aula aveva confessato: «Mi dispiace, non ho alibi, avevo problemi di tossicodipendenza»
COLLESALVETTI. Francesca Gagliardi, l’ex economa accusata di aver fatto sparire 659.283,43 euro dal conto corrente del Comune di Collesalvetti, è stata condannata in secondo grado a due anni, nove mesi e dieci giorni di reclusione per peculato aggravato. La sentenza della corte d’appello di Firenze è stata pronunciata nei giorni scorsi, mettendo un punto fermo – salvo l’eventuale ricorso in Cassazione che il suo avvocato Francesco Campo potrebbe presentare – su una delle vicende giudiziarie che negli ultimi anni, in provincia di Livorno, ha fatto più scalpore. «Oltre alla riforma della sentenza di secondo grado e pur riservando ricorso in Cassazione all’esito della lettura delle motivazioni – sottolinea il legale – desidero evidenziare l’assoluzione resa nel 2023 dinanzi al tribunale di Pisa per la contestazione di spaccio, trasferita lì per competenza, ma che trae origine da questo procedimento». I giudici hanno sostanzialmente ritenuto provata la ricostruzione già accolta dal tribunale labronico in rito abbreviato: un sistema collaudato e protratto nel tempo, attraverso il quale la funzionaria – oggi cinquantenne, nata a Livorno e residente a Pisa – fra il 2009 e il 2018 avrebbe sottratto 659.283,43 euro dalle casse comunali. Una sottrazione avvenuta – almeno secondo il primo grado – non con singoli episodi isolati, ma tramite «una pluralità di artifici contabili, capaci di eludere i controlli interni dell’ente». La somma oggetto di confisca del profitto di reato è stata ridotta a 514.148,142 euro, mentre quella oggetto di confisca per equivalente a 403.719,93. Gagliardi, come anticipato, dal tribunale pisano era stata assolta insieme a Franco Ferrini (indagato e assolto anche per riciclaggio ndr) dal reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
La riduzione di pena
In primo grado, con lo sconto automatico di un terzo del quantum già previsto dal rito abbreviato, a Livorno era stata condannata per peculato aggravato a tre anni e quattro mesi. La corte d’appello ha riconosciuto una lieve riduzione della pena, dato che alcuni episodi (quelli precedenti al 29 luglio 2013) sono caduti in prescrizione, senza però scalfire la valutazione complessiva della condotta, definita «connotata da particolare gravità» e caratterizzata – secondo l’accusa – da continuità e sistematicità. Restano confermate le pene accessorie: l’interdizione dai pubblici uffici e l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. Stando alla tesi accusatoria l’ex economa avrebbe approfittato della fiducia acquisita nell’ente e di un sistema di controlli rivelatosi insufficiente, riuscendo a mascherare i prelievi indebiti attraverso pagamenti mai avvenuti, buoni economali gonfiati, rendicontazioni alterate e giustificativi fittizi.
Le falle nei controlli
Prelievi in contanti dal conto, pagamenti doppi – uno reale tramite tesoreria e uno solo sulla carta – e una gestione dei flussi contabili che, per anni, non avrebbe fatto emergere anomalie macroscopiche. Un quadro che, come emerso dalle testimonianze, sarebbe stato favorito anche da accessi informatici particolarmente ampi, superiori a quelli necessari per un economo. «Aveva libero accesso – furono le parole della collega Antonella Facchielli, responsabile all’epoca dell’ufficio procedimenti disciplinati dell’amministrazione – a tutti i programmi della ragioneria, più ampio di quanto legittimasse il ruolo di economo». Accessi illimitati – a giudizio della responsabile del servizio economico-finanziario del Comune, Alessandra Zambelli, ascoltata come testimone – che le avrebbero permesso «una facilitazione nell’appropriarsi delle somme di denaro grazie alla falsificazione dei documenti atti a comprovare la bontà dei pagamenti e soprattutto le hanno consentito l’elusione di una serie di controlli preventivi sull’operato dell’economo». Le difficoltà nei controlli si vedono anche dalla quantificazione dell’ammanco: inizialmente stimato in 475.054,32 euro (50.988,32 nel 2014, 71.114,35 nel 2015, 104.696,43 nel 2016, 130.397,97 nel 2017 e 117.857,25 nel 2018) è stato poi rivisto al rialzo in 659.283,43 euro. Sempre Zambelli, agli inquirenti, aveva messo in evidenza che nonostante prelievi superiori ai mille o ai tremila euro, dalla tesoreria non ci sarebbe stata alcuna segnalazione ai sensi delle normative antiriciclaggio.
La confessione
Nel corso degli interrogatori, la stessa Gagliardi aveva ammesso le proprie responsabilità. «Il reato c’è e anche in modo continuato, non ho nessun alibi – le sue parole riportate nella sentenza di primo grado – la colpa è tutta mia e ho tradito la fiducia di chi me l’ha data. Chiedere scusa ora sembrerebbe insultare chi ho davanti. La cosa grave è che l’ho perpetrato per dieci anni. L’unica cosa che ho potuto fare è dire che sono stata io, subito quando è arrivata la finanza. Se avessi riconosciuto di avere un problema, la tossicodipendenza, magari non ci sarebbe stato. Mi dispiace ma l’ho fatto, di avere creato problemi all’ente dove lavoro. Ho usufruito della fiducia che mi hanno dato. Il reato l’ho commesso, mi dispiace», le sue parole. L’inchiesta era partita nel maggio del 2019, dopo una denuncia presentata dall’allora sindaco Lorenzo Bacci e dal segretario comunale, in seguito alle verifiche interne scattate durante un periodo di assenza prolungata della dipendente. Il Comune si è costituito parte civile ed è stato assistito dall’avvocato Andrea Di Giuliomaria. La funzionaria è stata poi licenziata.
Il fronte contabile
Alla vicenda penale si affianca quella contabile. Nei mesi scorsi la corte d’appello della Corte dei conti ha respinto il ricorso presentato dall’ex economa, confermando la condanna di primo grado al risarcimento di 707.403,88 euro in favore del Comune. Una cifra che comprende il danno patrimoniale, la rivalutazione monetaria e il cosiddetto danno da lesione del nesso sinallagmatico, legato all’utilizzo del tempo di lavoro per fini illeciti. I giudici hanno chiarito che le somme disposte dal giudice penale a titolo di riparazione hanno natura sanzionatoria e non risarcitoria. In sostanza, il risarcimento contabile resta autonomo e si aggiunge a quello penale, una provvisionale di 25mila euro. Una precisazione che rende più oneroso il conto finale.
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