La misura
Un livornese firma la regia del docufilm su Giulio Regeni: «Su di lui tutto il male del mondo»
Nastro d’argento. Arriverà nei cinema come evento speciale il 2, 3 e 4 febbraio: la firma è del nostro Simone Manetti, che ha ricostruito la tragica vicenda
LIVORNO «Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Quando l’ho visto mi sono detta: qui tutto il male del mondo si è riversato su di lui». A parlare è Paola Deffendi, madre di Giulio Regeni nel trailer del film-documentario dedicato al figlio e quel “Tutto il male del mondo” è diventato il titolo dell’opera, che arriverà nei cinema come evento speciale il 2, 3 e 4 febbraio, per la regia dell’autore livornese Simone Manetti. Data di uscita nelle sale scelta non a caso, perché le torture in Egitto sul dottorando italiano all’Università di Cambridge furono perpetrate, fino alla morte, in questi stessi giorni di dieci anni fa (il corpo fu ritrovato il 3 febbraio 2016, il rapimento al Cairo avvenne il 25 gennaio). Cosa è successo (e perché) a Giulio non è più un mistero, eppure è difficile scommettere su come finirà il processo contro quattro alti ufficiali del Servizio Segreto egiziano – un generale, due colonnelli e un maggiore – che nell’aula della Corte d’Assise di Roma non si sono mai visti. Iniziato nella primavera del 2024 il processo andrà a sentenza entro la fine del 2026.
Le parole della mamma
Un’opera dolorosa e necessaria che prova a far luce su un delitto infame, che assume, nella geopolitica del Mediterraneo, i contorni della spy-story, con rimpalli, reticenze e depistaggi che cozzano tra le diplomazie, i difficili equilibri tra governi di stati diversi, la politica interna e quella estera. «Per me e per tutta la squadra che ha lavorato all’opera, questo documentario, più che un film, è un atto di cittadinanza», spiega il regista Simone Manetti raggiunto al telefono, «abbiamo raccontato la storia di Giulio per impedire che sia portata via dal tempo e svanisca, affinché ci sia giustizia ci dev’essere memoria. È una testimonianza, una pietra che abbiamo messo lì perché rimanga. Per questo abbiamo deciso di affiancare il popolo giallo, i genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola e l’avvocata Alessandra Ballerini legale della famiglia, provando a contribuire alla battaglia per la giustizia e per la verità».
Un premio alla legalità
Il documentario di Simone Manetti ha già vinto il “Nastro d’Argento speciale per la legalità”, martedì scorso a Milano, consegnato dalla presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, Laura Delli Colli. Un film difficile da costruire, complesso, dove la cronaca incrocia il segreto, sovente di Stato.
«Il film è anche uno strumento di sensibilizzazione», continua Manetti. «Abbiamo ricostruito la storia di questi dieci lunghi anni - aggiunge -, l’opera è il racconto preciso di quello che è successo, ma a livello autoriale io e il mio team abbiamo fatto un passo indietro: non c’è il nostro punto di vista, solo dati oggettivi e riscontrabili». Un impegno civile che ha sempre caratterizzato il lavoro di Manetti, che ha diretto, tra gli altri, i docufilm “Ciao amore, vado a combattere” (la storia di Chantal Ughi) , “Sono innamorato di Pippa Bacca”, “Marta. Il delitto della Sapienza” (su Marta Russo) , “Achille Lauro: la crociera del terrore” e la serie per Netflix “Il giovane Berlusconi”. Il film è scritto da Emanuele Cava e Matteo Billi e prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango.
«Una discesa agli inferi»
«È una storia che io e gli autori pensavamo di conoscere bene», continua Manetti, «invece quando ti metti a studiare le carte, quando entri nel merito, ti accorgi che tante cose non le sapevi o che la tua memoria le aveva selezionate e in parte abbandonate. Quando entri nello specifico di quei nove giorni che ha vissuto Giulio, che sono una discesa agli inferi inimmaginabile – perché gli hanno fatto veramente di tutto – è un dolore infinito; così come il dolore che provano, hanno provato e continuano a provare i genitori di Giulio». Claudio Regeni e Paola Deffendi, sono due persone straordinarie, e il film non fa che confermarlo. Qui, per la prima volta raccontano ufficialmente la storia del figlio e la loro, portando in scena la loro battaglia, quella di due persone comuni che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Al-Sisi. «Claudio e Paola hanno compiuto un atto di coraggio incredibile», conclude Manetti, «perché pubblicamente, fuori dal loro privato, hanno scelto di svestire i panni dei genitori per diventare cittadini. La battaglia che portano avanti è una battaglia per la collettività, per i diritti fondamentali dell’uomo, che in una vicenda terribile come questa vengono sistematicamente calpestati». Il film non è un true-crime né un film d’inchiesta, è un viaggio che attraversa la vicenda dal punto di vista più intimo e vicino a Giulio Regeni. È una questione d’umanità. È bene che “tutto il male del mondo” sia chiaro a tutti, sempre. l
