L'iniziativa
Oro di Federica Brignone, il prof Enrico Castellacci: «Il recupero? Mi ricorda un calciatore dell’Italia nel 2006»
Il traumatologo dello sport parla della campionessa dopo l’infortunio: «Siamo di fronte a qualcosa di straordinario: vi dico perché è stata leggendaria»
«La medaglia d’oro di Federica Brignone? Un’impresa leggendaria. Scrivetelo, ve lo controfirmo subito». Ne ha visti di campionissimi risorgere dopo un infortunio gravissimo il professor Enrico Castellacci.
Traumatologo dello sport di fama mondiale, per 14 anni medico della Nazionale di calcio, inclusa quella di Marcello Lippi salita sul tetto del mondo nel 2006, Castellacci si è innamorato dello sport, ma è anche uomo di scienza e medicina, solitamente misurato, nei giudizi e nelle affermazioni. «Ma stavolta abbiamo assistito a qualcosa di quasi incredibile, glielo assicuro», dice con riferimento al oro olimpico nello slalom gigante della 35enne Brignone.
Perché?
«Il 3 aprile, meno di un anno fa, Brignone ha subìto una frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone con rottura del legamento crociato anteriore. Magari chi non ha dimestichezza con la medicina dello sport stenta a rendersene conto, ma è un infortunio gravissimo, di quelli in grado di stroncare la carriera di un atleta. Beninteso, si guarisce: ma una cosa è la guarigione sociale, ossia tornare a camminare, altro è fare uno sport come lo sci a livello agonistico. Qui siamo andati oltre».
Ovvero?
«Lei ha partecipato a un Olimpiade e ha vinto la medaglia d’oro. Ci rendiamo conto? Sì, leggendaria è la parola giusta per descrivere l’impresa. La sottoscrivo da medico e traumatologo dello sport».
Dieci mesi fa, il giorno dell’infortunio, lei che cosa ha pensato?
«Sinceramente? Ero convinto di aver perso la nostra atleta di punta per le Olimpiadi invernali. Non la conosco personalmente, ma ne ho sentito parlare ed ero certo che sarebbe tornata a competere ad alto livello perché ha un carattere di ferro. Ma già solo che riuscisse a partecipare ai Giochi, secondo me era un’impresa molto difficile da immaginare. Figurarsi poi arrivare davanti a tutti. Ma questa gioia se la merita tutta, perché durante la rieducazione ha sofferto tanto. Non l’ho seguita, ma glielo metto nero su bianco. E sto parlando proprio di dolore fisico. Soprattutto all’inizio sopportarlo dev’essere stato durissimo».
Come mai?
«Semplice: dopo l’intervento cui ha dovuto sottoporsi, aveva perso quasi tutto il tono muscolare che, per uno sciatore è fondamentale. E ha dovuto recuperarlo a tempo di record, perché i Giochi erano alle porte».
In molti dicono che è anche un successo delle nuove metodiche della traumatologia dello sport.
«In parte è vero, nel senso che con le conoscenze e gli strumenti che avevano dieci o quindici anni fa, probabilmente, dopo un infortunio del genere nessuno sarebbe riuscito a partecipare a un’Olimpiade di lì a 10 mesi. Anche la rieducazione è molto cambiata: oggi ci sono i cosiddetti “tutori dinamici” che permettono una graduazione della flessione del ginocchio, fin da subito impedendone l’irrigidimento. Tutto vero, ma non basta. Senza la forza di volontà dell’atleta, in tempi così stretti si fa poco. Ed è lì che si vede la campionessa: nel carattere, la capacità di soffrire e sopportare il dolore per qualcosa che, mentre si produce il massimo sforzo, non è affatto scontato si riesca a raggiungere. Ecco perché Federica Brignone è stata leggendaria».
Fra i tanti campioni che ha curato e seguito, ce n’è uno che si avvicina a un’impresa di questo tipo?
«Difficile perché siamo di fronte davvero a qualcosa di straordinario. Ma un nome glielo faccio: Gennaro Gattuso ai Mondiali del 2006. S’infortunò pochi giorni prima della gara d’esordio: una lesione molto profonda al quadricipite della gamba destra. Io e il ct Lippi ci assumemmo un bel rischio nel non tagliarlo perché con un infortunio del genere, a meno di una settimana dall’inizio del Mondiale, quasi nessun giocatore avrebbe potuto partecipare alla competizione».
Perché lo faceste?
«Lo conoscevamo: se c’era un giocatore che poteva fare un’impresa del genere, quello era Rino Gattuso. E così fu».
