Il Tirreno

L’analisi

Violenze, disordini e impronte della guerra ibrida

Maurizio Molinari
Violenze, disordini e impronte della guerra ibrida

Il direttore editoriale del Gruppo Sae sulle proteste di piazza e i vandalismi in Italia e nell’Occidente

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Milano Ci sono le impronte della guerra ibrida sui violenti disordini di piazza avvenuti a Milano e Torino. Tale, nuova, tipologia di conflitto, nasce nel 2013 quando il capo di Stato Maggiore russo, Valery Gerasimov, spiega al presidente Putin che l’unica maniera per prevalere sull’Occidente è farlo implodere dal di dentro, usando contro di esso la sua maggiore forza: la libertà d’opinione.

Da qui la strategia di “generare scompiglio” adoperando il web per esaltare ogni sorta di conflitto interno alle democrazie. Da quel momento la guerra ibrida innescata da “attori russi” – secondo il linguaggio scelto dalla Nato – viene identificata come un moltiplicatore di conflitti già esistenti nelle società occidentali: per Londra contribuì alla vittoria di Brexit nel 2016, per Parigi tentò di far perdere le presidenziali a Macron, per Madrid favorì la rivolta indipendentista in Catalogna, per Berlino ha accompagnato la crescita dell’estrema destra e per Tirana sta tentando in questi giorni di travolgere un governo filo-Ue e pro-Nato.

Gli strumenti sono digitali: bot, trolls, fake news, IA che trasformano i social network in catapulte dell’odio, sfruttando con abilità ogni argomento, personaggio, fazione, leader o partito che polarizza, genera intolleranza. Al fine di approfondire le ferite realmente esistenti nelle società democratiche: diseguaglianze, povertà, disoccupazione, degrado, razzismo, odio per gli ebrei, ostilità per i migranti, rifiuto dei musulmani, rigetto dei vaccini.

Non contano gli argomenti, ciò che fa la differenza è il metodo: il cui fine è di annientare il rispetto per il prossimo, anima della democrazia, per generare disprezzo per le regole della convivenza. A dieci anni dal successo di Brexit, la guerra ibrida è diventata un “conflitto cognitivo” che ha in palio ciò che alberga nella mente degli individui.

Molteplici inchieste e rapporti dell’Unione Europea e del Parlamento Europeo – come anche della Nato – hanno chiamato in causa i Paesi da dove queste campagne di disinformazione provengono: non solo Russia ma anche Cina, Iran, Nord Corea e Bielorussia. Sono i territori delle autocrazie la fonte delle ondate di veleno digitale che, grazie al web ed ai social network, generano fiumi di intolleranza nelle democrazie avanzate, cavalcando con grande abilità problemi veri, ferite esistenti, conflitti feroci. Chi ci aggredisce ha dedicato grandi risorse a studiarci, conosce le nostre debolezze e domina i nostri linguaggi.

Per comprendere perché ci sono le impronte di questa nuova tipologia di conflitto in quanto sta avvenendo nel nostro Paese bisogna mettere assieme i fatti avvenuto, come tasselli di un mosaico. Nel Tribunale di Milano, molti avvocati difensori degli adolescenti arrestati ripetono «il mio cliente ha ricevuto un messaggio sui social che lo invitava a saccheggiare un negozio ed è uscito di casa». Chi ha mandato quei messaggi? Sul web è comparso un articolato “Manifesto del 17 ottobre” che legittima a posteriori la guerriglia urbana. Possono averlo scritto degli adolescenti? Dopo i disordini, dozzine di scuole hanno ricevuto quasi simultaneamente messaggi e-mail identici che preannunciavano violenze e stupri, innescando terrore fra i minori. Chi può aver realizzato questa sofisticata offensiva cyber? E ancora: nel giorno della guerriglia di piazza gli attacchi più violenti sono avvenuti all’improvviso in più località diverse, a Milano e Torino, usando le manifestazioni degli studenti come diversivo per distrarre la polizia. Possono dei ragazzini di 14, 15 e 16 anni, italiani o immigrati poco importa, aver organizzato tutto questo spontaneamente, da soli? I minorenni sono un’arma perfetta per mettere in scacco le forze di sicurezza perché i nostri agenti sono educati e formati a tutelarli, non a considerarli nemici. Ed anche la divisa che indossano i baby-saccheggiatori – tuta nera con cappuccio – è frutto del tam-tam digitale: da un lato riflette l’abbigliamento comune delle nuove generazioni ma dall’altra rende i violenti anonimi, irriconoscibili. Aumentando l’effetto-paura nella popolazione, le difficoltà per le forze di sicurezza e portando lo scompiglio fin dentro i nuclei famigliari.

Ecco perché il ministro della Difesa Guido Crosetto parla di “guerra ibrida” contro l’Occidente ed il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini chiama in causa la “carenza di collaborazione” del social network TikTok, gestito dalla Cina con una tecnologia impenetrabile per chiunque in Occidente.

Non c’è dubbio che dovranno essere le indagini della magistratura ad appurare il legame fra i disordini avvenuti, le decisioni dei singoli responsabili e le ingerenze di attori esterni. Ma ignorare le impronte della guerra ibrida sarebbe l’errore più grande così come iniziare a discutere della pericolosità di questa nuova forma di conflitto può generarne il possibile antidoto: la consapevolezza dei singoli cittadini, di qualsiasi età, credo politico, fede, origine ed estrazione sociale. La maggiore forza delle democrazie resta infatti la volontà dei singoli di difenderle: se ognuno di noi comprenderà il pericolo dell’odio generato dai social, dalla polarizzazione del pensiero e dal veleno delle fake news saranno le scelte, libere e indipendenti, dei cittadini a poter respingere l’offensiva dello scompiglio che aggredisce tutti noi.

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