Femminicidio di Ilaria Sula, l’ex confessa. Il fratello: «Mi chiedo perché l’ha fatto». L’ipotesi della criminologa
Flaminia Bolzan: «Esiste un comune denominatore di tutti questi delitti». I segnali d’allarme da non sottovalutare
ROMA. «Ho visto mia sorella l'ultima volta domenica 23 marzo quando è venuta a Terni. Era tranquilla e non mi ha parlato di nessun problema. Quella è stata l'ultima volta che sono sicuro di aver parlato con mia sorella. Non sono certo che sia stata lei a scrivere i messaggi che ho ricevuto dopo quel giorno». Così Leon, il fratello minore di Ilaria Sula, la ragazza uccisa a coltellate e poi chiusa in una valigia, arrivato nella Capitale con alcuni parenti. «Lui lo conoscevo, sono stati un anno insieme ma si erano lasciati - ha aggiunto - Ci chiediamo perché l'ha fatto. Solo lui può saperlo».
Una «incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni» che trasforma la rabbia in un'emozione «non controllabile» da «scaricare» sulla vittima. A parlare con l'Adnkronos dei due femminicidi avvenuti negli ultimi tre giorni, a Messina e a Roma, è la criminologa e psicologa Flaminia Bolzan. Oggi, il corpo di Ilaria Sula, 22 anni, studentessa romana della Sapienza, è stato trovato in fondo a un dirupo nei pressi del Comune di Poli, all'interno di una valigia. Ad ucciderla a coltellate, per poi gettarne il corpo, sarebbe stato il fidanzato. Lunedì Sara Campanella, 22 anni, nata a Misilmeri (Palermo), è stata uccisa a coltellate davanti l'Università di Messina da un suo collega, Stefano Argentino, 27 anni, che da due anni la perseguitava con messaggi e inviti ad uscire. «Ogni caso presenta le sue peculiarità in ordine a motivazioni e modalità operative - spiega Bolzan - ad ogni modo il comune denominatore di tutti questi delitti è da ricercare sul piano psicologico nell'incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni. Per questi soggetti, la rabbia e la frustrazione divengono emozioni non controllabili e anziché essere elaborate sul piano del pensiero vengono agite e l'oggetto sul quale "scaricarle” letteralmente diventa la vittima».
Una «escalation di violenza» che, spiega la dottoressa, «non è assolutamente immediato poter prevedere anche perché, in una ratio auto protettiva, il pensiero prevalente è sempre quello che 'certe cose' non possano accadere a noi».
Esistono però dei campanelli d'allarme, dei comportamenti a cui le donne dovrebbero prestare attenzione. «Se e quando ci si trova in un contesto relazionale in cui l'altra parte mostra comportamenti ossessivi e intrusivi nella nostra vita - prosegue -generando in noi una preoccupazione, bisogna immediatamente attivarsi e monitorare tipologia e frequenza di questi comportamenti che, se non si interrompono nell'immediatezza, diventano realisticamente un campanello di allarme. Nel caso di Sara, era difficile che la ragazza arrivasse a ritenere che il suo collega potesse compiere un gesto così estremo, ma quello che dobbiamo sottolineare è che laddove i comportamenti intrusivi provochino uno stato di allerta e soprattutto se si nota una escalation in termini di frequenza e/o di modalità bisogna denunciare».