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Tribunale

Campagnatico, boscaiolo di 66 anni morto per le ustioni: chi sono i due imprenditori sotto accusa

di Pierluigi Sposato
Campagnatico, boscaiolo di 66 anni morto per le ustioni: chi sono i due imprenditori sotto accusa

L’operaio era deceduto al Centro ustionati di Pisa a due settimane dall’incidente

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CAMPAGNATICO. Due imprenditori sono sotto accusa per le conseguenze mortali di un incidente sul lavoro avvenuto nei boschi di Campagnatico, il 19 gennaio 2025.

Cooperazione colposa in omicidio colposo per la presunta inosservanza delle norme che regolano la sicurezza è l’ipotesi della Procura di via Monterosa. Quel giorno rimase ferito Ismail Ferati, deceduto il 3 febbraio successivo al Centro ustionati di Pisa a causa proprio delle ustioni riportate. Fra un mese la discussione con il rito abbreviato e la sentenza. I due imputati sono assistiti dagli avvocati Riccardo Lottini e Davide Botti.

Sotto accusa Fatime Redjepi, 48 anni: è la titolare dell’impresa omonima individuale che ha sede a Civitella Paganico. E sotto accusa anche colui che è ritenuto l’amministratore di fatto, Asfi Redjepi, 46anni. Entrambi di nazionalità macedone, sono sotto accusa perché avrebbero esposto i lavoratori al rischio di incendi e ustioni. Secondo l’imputazione, il loro dipendente Ferati, 66 enne, loro connazionale, stava tagliando della legna nel bosco di Campagnatico. Mentre stava effettuando le operazioni di controllo e rifornimento della motosega che aveva in dotazione, sarebbe stato investito dalla fuoriuscita di carburante (stava utilizzando una tanica che non avrebbe avuto i sistemi anti-traboccamento): tale fuoriuscita, a contatto con i vapori infiammabili e con le fonti di innesco presenti nell’attività lavorativa che era in atto, avrebbe causato l’incendio degli abiti che lui indossava. Ferati aveva riportato ustioni gravissime, ritenute estese fin quasi al 70 per cento della superficie corporea: ustioni di secondo e terzo grado diffuse quasi in ogni parte del corpo, dalle gambe alle braccia. Ustioni che avevano causato il decesso in un secondo momento, circa due settimane più tardi, nonostante le cure prestate nel centro specializzato.

Secondo la conclusione delle indagini coordinate dal sostituto procuratore Giampaolo Melchionna, i due imprenditori non avrebbero adottato le misure organizzative e procedurali di legge sull’uso della benzina per il rifornimento delle motoseghe, in difformità o comunque in mancata attuazione di quanto previsto dal Documento di valutazione rischi. E non avrebbe assicurato a Ferati il completamento del percorso formativo: avrebbe lavorato nel cantiere nel bosco dopo aver svolto solo quattro ore di formazione specifica (sarebbero dovute essere otto, stando all’accordo Stato Regioni del 2011): come risulta dal foglio presenze dell’Agenzia formativa, la formazione non aveva compreso il rischio incendio. Entrambi, infine, non avrebbero adottato le misure di sicurezze necessarie a prevenire il rischio incendio durante le operazioni di rifornimento delle motoseghe: sarebbero stati necessari dei dispositivi anti-traboccamento.

Fatme Redjepi non avrebbe partecipato ai corsi di formazione come Rspp (Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione), perché secondo l’imputazione nella documentazione non vi è traccia dell’assolvimento dell’obbligo. Asfi, invece, poiché viene individuato come colui che aveva i poteri decisionali (datore di lavoro in materia antinfortunistica), non avrebbe adottato le procedure di sicurezza e non avrebbe dato le istruzioni di lavoro a proposito del rifornimento delle motoseghe in relazione agli effetti dell’uso della benzina.

Una volta partito l’allarme, quel giorno – intorno alle 13 – il 118 si era subito mobilitato: Ferati era stato portato inizialmente alla postazione della Misericordia, poi era stato fatto intervenire Pegaso 2 che aveva portato l’infortunato a Cisanello, per essere ricoverato nel Centro grandi ustionati. Il 3 febbraio, purtroppo, il decesso. 


 

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