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Il caso

Grosseto, effetti avversi da vaccino antiCovid per una dottoressa: « È infortunio sul lavoro»

di Ivan Zambelli
Grosseto, effetti avversi da vaccino antiCovid per una dottoressa: « È infortunio sul lavoro»

Dopo la seconda dose erano insorte gravi complicazioni: una neuropatia delle piccole fibre, pericarditi e in conseguenza una sindrome ansio-depressiva: le è stato riconosciuto un indennizzo

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GROSSETO. Si era sottoposta alla vaccinazione anti-Covid nel pieno della pandemia, quando lavorava ogni giorno a stretto contatto con persone fragili. Dopo la seconda dose però erano insorte gravi complicazioni: una neuropatia delle piccole fibre, pericarditi e in conseguenza a ciò una sindrome ansio-depressiva. Per questo la dottoressa, un’assistente sociale dell’Inail, aveva fatto richiesta allo stesso ente affinché questa condizione le venisse riconosciuta come infortunio sul lavoro. Al rigetto della domanda si era rivolta al tribunale del lavoro, dove il giudice Giuseppe le ha dato ragione: le è stato riconosciuto un indennizzo in rendita per un danno biologico permanente del 20%.

I fatti 

I fatti risalgono al marzo 2021, nella fase iniziale della campagna vaccinale contro il Covid-19. In quel periodo le dosi erano destinate prioritariamente al personale sanitario, sociosanitario e a chi operava con categorie particolarmente esposte. L’assistente sociale ricevette la prima dose Pfizer il 18 febbraio senza particolari conseguenze, mentre dopo la seconda, somministrata l’11 marzo durante l’orario di servizio, iniziarono i problemi di salute. La donna presentò domanda di riconoscimento dell’infortunio sul lavoro, sostenendo che la vaccinazione fosse strettamente collegata all’attività svolta. L’Inail respinse però la richiesta, ritenendo che si trattasse di un rischio generico e non lavorativo. Da qui il ricorso davanti al tribunale, dove la donna era difesa dall’avvocato Domenico Finamore.

«Patologia conseguenza diretta»

Determinante è stata la consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice, in cui il perito ha ricostruito un quadro clinico complesso ma giungendo a una conclusione che non lascia spazio ai dubbi: le patologie di cui era affetta la signora sono conseguenza diretta, con un grado di probabilità scientifica elevata, delle vaccinazioni anti-Covid19. In particolare ha individuato una neuropatia delle piccole fibre, responsabile di dolori, bruciori e alterazioni della sensibilità; gli esiti di una pericardite post-vaccinale, con disturbi cardiaci, una sindrome ansioso-depressiva conseguente al repentino peggioramento dello stato di salute, oltre a ipoacusia neurosensoriale bilaterale e acufeni. Un quadro che il perito ha ritenuto sufficiente a determinare una menomazione permanente dell’integrità psicofisica pari al 20%.

Il perito ha inoltre evidenziato come la vaccinazione fosse strettamente collegata all’attività lavorativa. L’assistente sociale operava quotidianamente a contatto con utenti fragili, aveva avuto accesso alla campagna vaccinale proprio grazie alla propria qualifica professionale e si era sottoposta alla somministrazione durante l’orario di servizio, con regolare autorizzazione dell’ente. Circostanze che hanno portato a ritenere integrato il requisito dell’“occasione di lavoro”, presupposto indispensabile per il riconoscimento dell’infortunio.

La sentenza

Condividendo integralmente le conclusioni della consulenza tecnica, il tribunale ha quindi condannato l’Inail a corrispondere alla donna l’indennizzo in rendita per il danno biologico permanente del 20%, oltre agli interessi legali. L’istituto dovrà inoltre farsi carico delle spese di giudizio e della consulenza tecnica sostenuta in fase di processo.  

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