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Renzi porta la Leopolda verso il voto 2027: Casa Riformista cerca peso nel campo largo

di Mario Neri

	Matteo Renzi alla passata Leopolda
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Matteo Renzi alla passata Leopolda

Firenze, dal 2 al 4 ottobre la convention apre il cantiere della coalizione. La nave nella stazione e Itaca come simbolo di un ritorno al centro. Fra gli ospiti De Luca, Calabresi, Nanni e Fuksas

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FIRENZE. Una nave dentro una stazione. A Matteo Renzi l’immagine piace abbastanza da costruirci sopra la Leopolda numero 14: palco a nave, timone accanto al microfono, Itaca come destinazione. D’estate il richiamo aveva ancora addosso il kolossal di Christopher Nolan. Adesso, a due giorni dall’apertura, è diventato un programma politico. Perché questa Leopolda, nei piani del fu rottamatore, serve prima di tutto a segnare un ritorno all’usato sicuro: non a Firenze, dove Renzi non se n’è mai andato davvero, ma al centro della partita che porterà alle Politiche del 2027.

Se all’origine fu la mossa del cavallo, adesso sarà un’Odissea, ma Matteo prova comunque a decidere il finale. Sedici anni fa la vecchia stazione era un luogo di partenza. «Prossima fermata Italia», si chiamava la prima convention del 2010, Renzi era sindaco, accanto aveva Pippo Civati e davanti il gruppo dirigente del Pd da rottamare. Da lì cominciò la scalata. Nel 2019, dopo la scissione dai dem, alla Leopolda vennero presentati simbolo e carta dei valori di Italia Viva. L’anno scorso la tredicesima edizione ha fatto da officina a Casa Riformista. Ogni volta la stessa navata, ogni volta un pezzo diverso di viaggio. Ogni volta un punto virgola in meno nella stazio ne-erosione. Ma stavolta Renzi rovescia il senso del posto: la stazione non promette più una partenza ma un approdo. «Riprenderci Itaca», ha scritto ad agosto, definendo questa «l’ultima Leopolda prima delle elezioni politiche».

Ed è qui che la nave smette di essere scenografia. Renzi ha già detto che la tre giorni dovrà diventare «momento centrale di inizio della campagna elettorale» e che proprio dalla Leopolda comincerà il lavoro sulle liste. Arrivano anche al voto finale le Primarie delle Idee, con le proposte da portare poi alle altre forze del centrosinistra. Sul tavolo ci sono già la quattordicesima per insegnanti, infermieri e forze dell’ordine e la revisione del meccanismo degli acconti fiscali per le partite Iva. Le idee servono. Ma serve pure una scena da cui farle pesare.

Il punto politico è questo. Renzi non sta preparando una corsa solitaria e da mesi sostiene che Pd, Cinque Stelle e Avs, da soli, non bastino. Vuole un soggetto riformista dentro la coalizione e rivendica per quell’area una funzione che considera decisiva, l’ago della bilancia insomma, con buona pace dei riformisti dem - i suoi ex amici - che considera deboli, schiacciati dall’amica Elly Schelin. «Senza di noi non si vince», ha detto pochi giorni fa. È la sua tesi, non un dato acquisito. Anche se gli ultimi sondaggi quotano Iv a un 2,1,% quasi decisivo per battere Meloni. La Leopolda dunque serve a dare forma a quella tesi: mostrare che Casa Riformista non è solo il nome stampato su una slide, possiede amministratori, proposte, un gruppo dirigente, un luogo fisico e perfino un rito. E, manco a dirlo, un leader. Renzi lo sa da sempre.

Solo che Itaca, nel frattempo, si è affollata. Più Europa, socialisti e il Progetto Civico di Alessandro Onorato lavorano a un proprio contenitore e hanno già chiarito di voler discutere con Renzi senza farsi annettere. Ernesto Maria Ruffini costruisce il suo percorso. Nel centrosinistra si discute di primarie, legge elettorale e di chi debba rappresentare quel pezzo di elettorato che non si riconosce né nella sinistra più marcata né nel centrodestra. È dentro questa contesa che la Leopolda torna utile al suo padrone di casa: prima ancora di allargare il campo, Renzi deve dimostrare di avere ancora un campo suo.

Per questo l’apertura affidata venerdì a Vincenzo De Luca dice forse più della sfilata degli ospiti. Il sindaco di Salerno è appena tornato al Comune con il 57,8%, dopo lo scontro con il Pd sul terzo mandato in Campania e una campagna senza il simbolo dem e senza il campo largo. Renzi lo porta davanti ai giovani di Meritare l’Europa e lo presenta come prova della sua teoria: «Ci salveranno i sindaci». È un pezzo del messaggio agli alleati. Meno liturgie di partito, più amministratori capaci di costruirsi un consenso proprio. Magari spera anche di ricucire con Silvia Salis.

Mario Calabresi, Francesca Nanni, Massimiliano Fuksas e gli altri nomi annunciati o attesi fanno da paesaggio. Il centro è altrove. Sta nel tentativo di trasformare una kermesse nata contro l’establishment del Pd nel porto da cui rientrare nel gioco del centrosinistra. È un paradosso abbastanza renziano: la Leopolda della rottamazione ora serve a costruire alleanze; il leader che fece della velocità una religione politica mette sul palco la nave dell’eroe lesto e astuto che deve riportarlo a casa. Da sempre, sfugge alle sirene di ogni tipo, Matteo ora spera solo di non incontrare Circe. l
 

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