Le previsioni
Viareggio, nessun indennizzo ai familiari dei due dirigenti uccisi in ufficio dall’ex dipendente
La storia di Ceragioli e Hilmer della Gifas giustiziati da un ex dipendente. I giudici: «Manca la sentenza di condanna». Ma il responsabile si suicidò
VIAREGGIO. Non c’è una sentenza che accerta la responsabilità giudiziaria dei due omicidi. E manca anche un’azione legale nei confronti degli eredi dell’assassino, morto suicida dopo aver ucciso due dirigenti della ditta dalla quale si era licenziato un anno prima di compiere il duplice delitto.
Dopo un primo no del Tribunale di Roma, arriva ora il secondo rifiuto della Corte d’Appello della capitale alla richiesta danni presentata allo Stato dai familiari delle due vittime della follia omicida di Paolo Iacconi, cinquantuno anni, ex dipendente della Gifas Electric di Massarosa.
Era il 23 luglio 2010. L’uomo, residente nella provincia di Pordenone, da anni era in cura per problemi psichiatrici, ma aveva il porto d’armi.
Negli uffici della ditta per cui aveva lavorato uccise con una pistola – usando modalità da esecuzione – i dirigenti Luca Ceragioli, 48 anni, di Viareggio e Jan Hilmer, 33 anni, origini tedesche, residente a Lucca, nel quartiere di San Concordio, sposato con una psicologa di Altopascio e da poco papà. Poi si suicidò, sparandosi in testa con la stessa arma, dopo aver appiccato il fuoco nel corridoio dello stabile.
Una tragedia assoluta che a livello penale si è chiusa con un’archiviazione per la morte del reo. E che ora pare avvitarsi in una sorta di paradosso giuridico: senza una sentenza di condanna non c’è indennizzo, ma se il colpevole si è suicidato non si poteva neanche celebrare il processo per accertarne la responsabilità.
I familiari, assistiti dagli avvocati Renzo Beccari e Giuseppe Dati, hanno intrapreso da anni una battaglia legale per chiedere allo Stato di pagare per i due omicidi invocando una direttiva europea sulle morti violenti. Due gradi di giudizio hanno respinto la loro richiesta e il caso ora è in Cassazione. Il duplice omicidio con suicidio dell’assassino non fece scalpore solo per la sequenza di morte che segnò a lutto l’estate versiliese di sedici anni fa. Quella mattanza mise al centro del dibattito nazionale l’opportunità di rivedere le regole sulla concessione del porto d’armi. Le vedove Gabriella Neri ed Elisa Pierotti hanno fondato l’associazione “Ognivolta Aps” che si batte contro l’abuso dell’uso improprio delle armi da fuoco in Italia e a tutela dei diritti delle vittime e dei familiari. Iacconi partì dalla sua casa di Sacile (Pordenone) con in testa il suo disegno di morte mai abbandonato durante le ore del viaggio. Venne ricevuto in ufficio, gli fu offerto un caffè. Sembrava sereno, eppure sapevano dei suoi ricoveri per disagi mentali. Voleva fare il rappresentante nella sua zona, era stata la scusa per ottenere un appuntamento con i responsabili della ditta, ignari che di lì a poco si sarebbero ritrovati in ginocchio con l’ex dipendente a scaricare i colpi di pistola sui loro corpi.
La causa si svolge in punto di diritto non essendo i fatti contestati. Iacconi aveva una casa coperta da ipoteche, i familiari avevano rinunciato all’eredità. Non c’erano beni da aggredire. Di qui l’azione contro lo Stato sulla base della Direttiva 2004/80/CE, «la quale imponeva agli Stati membri di garantire un sistema di indennizzo equo ed adeguato alle vittime di reati intenzionali violenti commessi sul territorio nazionale».
Sulla carta tutto chiaro. No, perché il primo giudice e ora l’appello hanno ritenuto «la domanda infondata per mancanza di un accertamento giudiziale della responsabilità dell’autore del reato, considerato presupposto indefettibile per configurare il diritto al risarcimento o all’indennizzo». Quello che può apparire evidente, insomma, non è stato scritto in una sentenza. Iacconi si è ucciso, caso archiviato: non si processa un morto. L’avvocatura dello Stato ha sostenuto che i familiari potevano avviare «un accertamento che avrebbe potuto essere ottenuto anche in sede civile nei confronti del responsabile o dei suoi eredi, nonostante la morte del reo e l’estinzione del procedimento penale. In mancanza di tale accertamento, non avrebbe comunque potuto configurarsi alcuna responsabilità dello Stato per inadempimento alla Direttiva».
L’argomento che ha retto in due gradi di giudizio è sempre il solito. Per poter accedere sia al risarcimento del danno che all’indennizzo «deve essere riconosciuta la responsabilità del reo, o comunque acclarato in maniera certa il danno, il nesso causale e la responsabilità del soggetto agente». La causa, al contrario, è stata fatta solo contro lo Stato, mentre andava avviata verso gli eredi del killer. La Cassazione scriverà l’ultimo capitolo di una tragedia diventata un rompicapo giudiziario.
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