Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Perse il marito nel crollo a Firenze: «Basta con i buoni propositi, c’è da garantire più sicurezza»

di Matteo Scardigli
La coppia e il luogo della tragedia
La coppia e il luogo della tragedia

Simona Mattolini, vedova di Luigi Coclite morto il 16 febbraio 2024 nel crollo del cantiere di via Mariti: «Stiamo aspettando, dopo la chiusura delle indagini, di conoscere i nomi delle persone che dovranno essere rinviate a giudizio: nessuno ci ha ancora detto niente»

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FIRENZE. «Di fronte a queste tragedie si dice sempre che bisogna... Ma non basta. Bisogna agire».

È il monito di Simona Mattolini, vedova di Luigi Coclite, operaio abruzzese trapiantato in provincia di Livorno morto il 16 febbraio 2024 nel crollo del cantiere Esselunga di via Mariti a Firenze insieme a Mohamed Toukabri (54 anni), Mohamed El Farhane (24), Taoufik Haidar (45) e Bouzekri Rahimi (56). «Una ferita nel cuore della nostra città», l’ha definito la sindaca Sara Funaro nel secondo anniversario della strage, alla cerimonia in ricordo delle vittime.

Contestualmente la Procura ha chiuso le indagini sull’incidente avvenuto poco prima delle 9 di quel venerdì mattina di due anni fa: l’ipotesi è che il crollo sia stato determinato da errori di calcolo nella progettazione della trave e da lavori fatti frettolosamente «per massimizzare i profitti». Gli indagati sono otto, a vario titolo, per crollo di costruzione, illeciti amministrativi, lesioni colpose e omicidio colposo. Nel frattempo il cantiere del capoluogo è ancora sotto sequestro. Ai primi di maggio il costruttore ha presentato i documenti in Comune necessari a demolire per poi ricostruire da capo. A poche ore dal decesso di Kumara Gedera, Mattolini torna quindi a chiedere sicurezza nei luoghi di lavoro.

Cos’ha provato quando ha saputo della morte di Gedera?

«Quando leggo di queste notizie provo rabbia perché non viene mai risolto niente in ambito sicurezza. E per una famiglia che adesso è condannata a passare quello che abbiamo passato noi. In questi ultimi giorni ci sono stati due morti sul lavoro in Toscana (quattro in Italia, ndr), e non è ancora finita».

Come si può comunicare a una famiglia che un proprio caro è morto sul lavoro? Quali sono le parole “giuste”?

«Non si può fare. Non esistono le parole “giuste” per dire a dei genitori, a una moglie e a dei figli che il loro figlio, marito e padre non c’è più perché è morto sul lavoro. Io non saprei cosa dire alla famiglia di Gedara, all’epoca io stessa non volli sentire niente da nessuno. Bisogna piuttosto evitare che queste cose succedano ancora. Ma so che non sarà così».

Lei per prima si farà parte attiva in questo senso? Costituirà un’associazione…

«Al momento no, non avrei la possibilità di star dietro a un progetto strutturato. Ma non escludo di farlo in futuro».

Quale può essere una reazione accettabile di fronte alla tragedia?

«In questi casi c’è chi fa sempre ampio sfoggio di buoni propositi, ma a mio modo di vedere non cambia mai niente. Bisogna che chi di dovere dia seguito a quei propositi. E tenere sempre alta l’attenzione sul problema».

Chi dovrebbe agire? E in che modo?

«Chi dice che bisognerebbe investire sulla sicurezza. Anche le istituzioni e i sindacati, ma non bisogna limitarsi a loro. Anche e soprattutto la società civile deve intervenire, cioè noi stessi. È necessario non abbassare la guardia, e parlare e scrivere ogni giorno di quello che purtroppo accade. Ci sono ancora troppi morti».

La dinamica è ancora in corso di accertamento, e Gedara lavorava in un’azienda modello per quanto riguarda i protocolli di sicurezza.

«È un discorso complesso, nel quale l’aspetto della sicurezza è prioritario. La questione è legata alle logiche del profitto: è una bomba a orologeria».

Cosa rappresenta, per la sua famiglia, un’ennesima morte sul lavoro?

«Riapre una ferita che non si è ancora rimarginata. Noi ancora non abbiamo risolto niente. Stiamo aspettando, dopo la chiusura delle indagini, di conoscere i nomi delle persone che dovranno essere rinviate a giudizio: nessuno ci ha ancora detto niente (sono passati quasi sei mesi dal fine indagini, ndr). Sono trascorsi ormai più di due anni ma da quel giorno ma la nostra vicenda non è ancora partita».

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